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Circolo "Vittorio Arrigoni"

Storia di Aprilia

Aprilia, città dell’agro pontino “redento”.

I

“La nostra religione indica tra i comandamenti fondamentali “Onora il padre e la madre” e certamente, se vogliamo intendere appieno il significato che ha una città nei confronti dei cittadini, non possiamo non ricorrere alla nascita, alla metafora della paternità e maternità : la città è insieme madre e padre dei suoi cittadini...
Lo spazio in cui viviamo quotidianamente esercita su di noi un’influenza enorme (oggi gli psicologi lo hanno messo in chiaro).
Ciascuno di noi non è soltanto cera molle plasmata dai nostri genitori, dalla cultura che si assorbe giorno per giorno, ma anche cera molle plasmata dall’ambiente, dallo spazio in cui si vive, dal rapporto che noi istituiamo con lo spazio e, naturalmente, con la natura attraverso questa mediazione che è frutto della mente umana e che chiamiamo città.
La città beninteso non è soltanto le pietre, gli edifici, le strade asfaltate.
La città è il prodotto delle mura, delle strade più gli uomini che sono all’interno. Dirò di
più : è il prodotto delle strade, degli edifici e degli uomini che ci sono oggi e degli uomini che ci sono stati ieri.
In questo senso è una delle più alte istituzioni dell’uomo in cui si esprime la continuità
della specie, la continuità della cultura, questo dialogo a distanza tra generazioni che
non è possibile sul piano concreto della presenza fisica ma è sempre possibile attraverso quei messaggi che noi lasciamo ai nostri posteri, modificando la terra, costruendo qualcosa e mettendo i posteri di fronte a questo miracolo della città...
La città è come una pagina bianca su cui poi ogni generazione scriverà il suo messaggio e che, caricandosi continuamente di questo lievito umano, acquista valore e significato.”

Prof. Arch. Paolo Portoghesi.

Sulla grande lastra di travertino che dominava la sala maggiore del palazzo podestarile (Casa comunale) c’era scritto : “Aprilia, 25 aprile 1936, A XIV E. F., 160 giorno assedio economico”. (nota n.1) Nel marmo, appena più in basso, era riprodotto il mito di Romolo che fonda Roma, al centro della sala una scultura in bronzo che raffigurava il Duce su di un trattore nell’atto della fondazione di Aprilia.
La pergamena, inserita nel blocco di pietra collocato sotto la Torre civica, recava questo testo :

Regnando Vittorio Emanuele III
Duce Benito Mussolini
il 25 Aprile dell’anno XIV E.F. CLX dell’assedio economico
mentre si compie contro l’ostilità di stati potenti o imbelli
il destino imperiale di Roma
il Condottiero dell’Italia Fascista
rinnovando il simbolico rito, il gesto di Romolo
traccia il solco di Aprilia
quarta tappa da lui assegnata all’Opera Nazionale
nella redenzione dell’Agro
i reduci di Vittorio Veneto e le generazioni guerriere del Littorio
che dal monito dettato dal capo
E’ l’aratro che traccia il solco ma è la spada che lo difende
sanno trarre incitamento a credere obbedire combattere e se occorre morire
vedono in questo segno inconfondibile la potenza della Patria
che dalle conquiste del lavoro e dal trionfo delle armi
portate in terra d’Africa dai nuovi legionari di Roma
attinge l’esaltazione della gloria presente
e la certezza di quella avvenire.

“La conquista della terra”, periodico del periodo fascista, disponibile presso l ‘emeroteca della biblioteca nazionale di Roma.
Tutto questo è andato perduto, e non solo a causa dei bombardamenti ma anche di chi ha ritenuto, forse in buona fede, che cancellare i simboli di un dramma collettivo potesse liberare per sempre gli uomini dalla possibilità di riviverlo.

Aprilia è dunque stata fondata il 25 Aprile del 1936 (giorno di San Marco, patrono di Venezia e di Latina –Littoria). Dopo Littoria, Sabaudia e Pontinia è la quarta città dell’agro pontino “redento”, come veniva chiamato nelle cronache ufficiali del regime, e porta naturalmente nel nome i segni indelebili di questa nascita. “Romani e barbari, papati e governi liberali dell’Italia dopo il 1870, a intervalli più o meno lunghi di tempo, ventilarono progetti, favorirono iniziative, condussero opere, alcune delle quali splendide e durature; ma né gli uni né gli altri riuscirono mai a portare a termine un’impresa che ha del sovrumano, come quella che è diretta a trionfare sulla natura dove questa è più aspra e ribelle alle fatiche dell’uomo”. Valentino Orsolini Cencelli, Commissario del governo per l’O.N.C. Il fascismo andava giustamente fiero per quest’opera. Il Duce, novello Romolo, con il gesto delle antiche virtù italiche – contadine ( il trattore Fiat con l’aratro dietro come piccolo contributo alla modernità tutta formale) traccia il solco perimetrale del suo insediamento e colloca la prima pietra con la solennità di un rito sacro (vedere filmato Istituto LUCE e leggere notizia sui giornali di regime). C’ è anche il miracolo del sole che spunta
improvvisamente alle nove in punto, all’arrivo di Mussolini, dopo una notte di pioggia. Tutto era perfetto, anche il segno straordinario, divino, che non guastava. Dopo 18 mesi, il 29 Ottobre del ‘37, le sue strutture semplici e adatte allo scopo, erano costruite e potevano cominciare a funzionare. Funzionalità, semplicità, razionalismo, come si diceva in quegli anni. La Chiesa parrocchiale con il campanile, la casa comunale con la torre civica (il simbolo ideale della città), la casa del fascio, la sede dell’ONC, una trattoria per i viandanti, le Poste, un cinematografo e una scuola elementare, questa ( lavagna luminosa, foto d’epoca; in contrasto cartolina oggi, per notare l’offesa). Il mito di fondazione. Un quadretto, diciamo così, idilliaco. Del resto erano gli anni del massimo consenso al regime. Vogliamo ora tentare di guardare dietro le quinte? Non si può intanto sottacere che questa furia del regime di costruire città e borghi rurali era funzionale ad un progetto politico ben preciso: fare gli italiani in un certo modo, ubbidienti alle autorità, senza troppi grilli per la testa e silenziosi esecutori degli ordini. Va sotto il nome di ruralizzazione. Era già da qualche anno in atto un processo di asservimento della scuola e della cultura (dal ’28 si giurava fedeltà al Duce nelle elementari e nelle medie, dal ’31 anche all’università ) ed era adottato nelle scuole il libro di testo unico dal ’29 nelle elementari, approvato da una speciale Commissione. Da quando, nel ’35, divenne Ministro dell’educazione nazionale il Quadrumviro De Vecchi che non aveva nulla in comune con il mondo della scuola e con la cultura, la “bonifica”, la fascistizzazione della scuola si completò, si rinvigorì con lo stile militarista. I quaderni delle elementari, interessantissimi, erano illustrati in copertina dal faccione del duce o da scene patriottiche che esaltavano l’amor patrio, la forza dell’Italia in funzione conflittuale contro altre nazioni (Duilio Cambellotti era uno dei più noti illustratori del regime, prima di essere quel grande interprete dell’impresa della Bonifica; un suo affresco, molto bello ma anche molto chiaro, si può ammirare, per esempio nell’aula consiliare della Prefettura di Latina inneggiante alla bonifica). Anche per l’esplosione della comunicazione di massa nel primo dopoguerra, l’uso delle copertine dei quaderni ai fini propagandistici di regime fu intensissimo con una grafica di qualità. Furono utilizzate firme prestigiose per avvolgere gli italiani sin dalla più tenera età in un reticolato iconico e verbale. Il topos più efficace e principale è il personaggio del Duce, volto fiero e con l’elmetto, vero e proprio oggetto di culto. E’ importante notare che mentre Aprilia veniva fondata, in un’atmosfera di pace, gioia e serenità contadina, l’Italia era impegnata in una delle sue imprese più truculente e vigliacche della sua storia. Proprio in questa primavera, grande per Aprilia, il Gen. Graziani domava le popolazioni Abissine con Gas tossici e bombardamenti contro civili. Il nove Maggio (14 giorni dopo) il Duce proclamava l’Impero, era scoppiata la guerra civile di Spagna, veniva creato l’Asse Roma Berlino. Il 29 Ottobre, il popolo festante e ignaro di Aprilia, ospitava in Piazza Roma Rudolf Hesse, allora il delfino di Hitler. Non mancavano in Piazza Roma, tra le bandiere italiane, gagliardetti e striscioni
inneggianti al Duce, alcune bandiere con la croce uncinata. Anche questo è la nostra storia, e va raccontata tutta. Il due Novembre del ’35, proprio 160 giorni prima della fondazione, la Società delle nazioni, proprio per la sua aggressione all’Etiopia, erano state comminate le sanzioni economiche (51 Stati su 54 ma non la Germania né gli Stati Uniti che non ne facevano parte e l’Inghilterra che non era poi così cattiva con noi) senza effetti ma utilissime per la propaganda di regime, come si evince dalla pergamena che non manca appunto di ricordare la grave ingiustizia subita da parte di nazioni nemiche e vigliacche e la necessità di dar loro una lezione vigorosa di forza (note n.2 – 3). la Germania nazista delirava sempre più insistentemente sul diritto
di una razza pura di espandersi oltre i propri confine e di dominare il mondo.

La presenza, in piazza Roma, dei rappresentanti del III Reich sanciva, ancora una volta, un patto di sangue tra due popoli ideologicamente affini, ed a ciò indotti, che non avevano ormai altra scelta se non quella di battersi contro le democrazie liberali.
“Il Giornale d’Italia” riportava in prima pagina il giorno dopo (sabato 30 Ottobre 1937-XVI),a caratteri cubitali e con uno stile retorico, patriottico e celebrativo come tutta la stampa di regime, il resoconto dell’inaugurazione di Aprilia, insieme ad un corsivo di spalla in cui si esaltava l’amicizia italo-germanica frutto della grande intelligenza e capacità politica del Duce. Il testo, titolato : “Il nuovo centro rurale, fondato nel 160° giorno delle sanzioni”,mentre traccia i confini e la struttura del nuovo Comune, esprime in modo esemplare l’ideologia fascista : imperiale, autarchica, fieramente e “semplicemente” rurale, sprezzante nei confronti degli “egoismi” delle potenze europee. Ecco alcuni passaggi del testo.
“All’alba dell’anno XVI, Aprilia, quarto centro rurale dell’Agro pontino redento dalla
palude, comincia la sua vita feconda, laboriosa ed industre, in prossimità della via
Nettunese e della ferrovia elettrica di Anzio, non lontana dall’Appia, fra i monti Lepini e la serenità ubertosa dei colli Albani.
E’ il Comune più settentrionale sorto nella vastissima piana pontina, è quello più vicino a Roma cui è allacciato da una ferrovia e da una strada diretta : dopo Littoria, il cui nome è il simbolo della rinascita dell’Agro, dopo Sabaudia a specchio del lago in cui si riflette,mitico, il Circeo, dopo Pontinia, dislocata come una sentinella avanzata verso i monti Lepini, Aprilia reca nel suo nome stesso il profumo della terra feconda che non tradisce mai i suoi figli, il respiro della primavera che fa sbocciare il miracolo sempre nuovo dei germogli,il palpito augurale del solco entro cui il seme gettato in autunno irrompe impetuoso per dare agli uomini il pane novello.....
Aprilia, fondata in tempi di sanzioni, è inaugurata in pieno clima imperiale, il giorno dopo la celebrazione del XV annuale della marcia su Roma, mentre la potenza dell’idea fascista e la luce della civiltà latina si diffondono nell’Europa inquieta e nel mondo, mentre si levano nella luce dell’Urbe i vessilli del secolo del Fascismo.....
Ci sono cinque rondini nello stemma di Aprilia, cinque rondini che sono come la figurazione alata del suo bel nome. Si sente nell’aria di questo centro nuovo odor di mare, il respiro del vicino Tirreno ; e già si pensa al primo volo che, sul nascere d’aprile, le gentili migratrici, di ritorno dalle sponde d’Africa, compiranno con ampie volute intorno alla rossa torre campanaria della Chiesa, abbassandosi fino alla statua di bronzo di San Michele,
patrono di Aprilia, che ha debellato il mostro satanico, formando bizzarre volute intorno
ai portici della Casa comunale così chiara e serena, facendo il chiasso nelle strade lineari e semplici, com’è l’anima di questi contadini rudi che, intorno, a perdita d’occhio vanno operando la metodica trasformazione fondiaria del territorio agricolo del nuovo centro, verso Foce Verde e Torre Astura, la selva di Nettuno e Tor Paterno fino ai limiti meridionali dei Comuni di Genzano, di Lanuvio, di Velletri.
In questo estremo lembo dell’Agro pontino, che in un giorno non lontano sarà attraversato dalla grande strada di raccordo tra l’Aurelia e l’Appia, destinata a raccogliere, senza toccar
Roma, il traffico fluente tra il nord e il sud d’Italia, è calcolata una popolazione di 12.000 abitanti, di cui 3.000 raggruppati nel capoluogo del territorio. Il quale è nato alla redenzione nel segno caratteristicamente rurale, come rurale è il centro di Aprilia, che non vuol essere chiamato città, distante com’è da ogni fisima, da ogni velleità e (perché no ?) da ogni male dell’urbanesimo, e che anche nella sua fisionomia architettonica si propone di essere un semplice ganglio vitale della plaga contadina soltanto intenta ad esprimere della sua terra i frutti fecondi, nel piano armonico di quell’autarchia economica che è cardine essenziale della vita nazionale......
Il Duce è giunto alle ore 15.45 in questo Comune nel quale la immensa moltitudine di popolo lo attende....
Quasi contemporaneamente era giunta ad Aprilia, per assistere a questa inaugurazione che fa parte delle cerimonie celebrative del XV annuale della marcia su Roma, la delegazione germanica con a capo S.E. Hess il quale, salutato dagli applausi della moltitudine rurale, ha assistito a fianco del Duce a tutto lo svolgimento della cerimonia”.
Segue il messaggio del Fuhrer al Duce :
“Con il grato ricordo dei giorni che mi fu dato trascorrere in Germania in compagnia di V.E. prendo parte in modo particolare alla odierna celebrazione dell’Italia Fascista ; l’intero popolo tedesco ricorda con me la Marcia su Roma da Lei così meravigliosamente iniziata quindici anni or sono e che rappresenta un evento non solo per i destini d’Italia, ma per tutto l’avvenire europeo.
Con i miei cordiali auguri per la data odierna, invio i più caldi voti per la sua felicità
personale , come per il suo lavoro al servizio della Nazione Italiana e per la nostra comune fatica a pro della cultura e della pace d’Europa. - Adolfo Hitler”.
Durante il discorso di inaugurazione, quasi intenerito nel vedere un popolo festante ma forse non ancora consapevole del disastro imminente, Mussolini, che già da qualche anno riteneva ineluttabile il precipitare della situazione internazionale verso il conflitto,pronunciò queste parole : “...io vi confesso di nutrire una sfumatura di simpatia per Aprilia, perché Aprilia fu fondata durante il periodo della vittoriosa guerra africana, il giorno 160° dell’Assedio economico”. Il Duce avvertiva, forse inconsciamente, che Aprilia non era nata, come si dice, sotto una buona stella. 
Ritornò’ poi ancora ad Aprilia il 4 luglio del 1938 e, nei campi tra Pomezia e Aprilia
diede il via, a petto nudo, al lavoro della trebbiatura, non senza avere prima pronunciato un discorso carico di astio e rancore contro le “demoplutocrazie” occidentali.

II

In una immensa pianura compresa tra i monti Lepini, Mar Tirreno e Colli Albani, punta meridionale degli antichi Stati pontifici, riva sinistra del Tevere, 240 chilometri quadrati di terreni permanentemente paludosi, nei quali la vita umana era esposta ai più gravi pericoli per la infezione malarica, era avvenuto finalmente il miracolo, un miracolo di forza e di volontà. La natura era stata domata : i campi coltivati, le case coloniche, i centri rurali testimoniavano la vittoria.
La propaganda di regime sapeva, del resto, come esaltare adeguatamente le proprie imprese iscrivendole in un percorso storico che solo nel fascismo e in particolare grazie alla volontà del Condottiero trovavano il giusto coronamento. Era stato così con la definitiva chiusura della questione cattolica (nota n.4) e ancora con il “destino imperiale” di Roma finalmente raggiunto con la guerra d’Etiopia. Naturalmente si sottacevano i particolari meno esaltanti di dette imprese né erano ammessi eventuali atteggiamenti “disfattisti”. Al popolo spettava semplicemente il ruolo di comparsa scenica nel momento dell’esaltazione liturgica della vittoria.
“Romani e barbari, papati e governi liberali dell‘Italia dopo il 1870, a intervalli più o meno lunghi di tempo, ventilarono progetti, favorirono iniziative, condussero opere, alcune delle quali splendide e durature ; ma né gli uni né gli altri riuscirono mai a portare a termine un’impresa che ha del sovrumano, come quella che è diretta a trionfare della natura dove questa è più aspra e ribelle alle fatiche ’uomo”.

Valentino Orsolini Cencelli, Commissario del governo per l’O. N. C. 

Unica dea, la Febbre, su l’ali giallastre gravando,
va lenta, lenta giù pe’ lugubri piani.

Su da le livide acque per entro a le fosse ed a’ solchi
pregno di veleno sale un vapore e fuma,

fuma e s’annida ne’ bronchi, s’infiltra ne’l sangue,
il cerebro schiaccia, mette ne l’ossa il gelo.
Da “Privo Vere ( Palude )”G. D’Annunzio

Ogni qualvolta poeti, scrittori scienziati e medici, in tempi passati o recenti, hanno voluto rappresentare o raccogliere informazioni sull’impari lotta tra l’uomo e la natura in cui appunto era l’uomo a soccombere, non mancavano di citare, con dovizia di particolari, la landa desolata e acquitrinosa delle Paludi Pontine e la febbre malarica che colpiva i suoi sparuti abitanti.
Così D’Annunzio come Aleardo Aleardi, Vincenzo Monti, Vittorio Alfieri tra i testimoni
più noti e recenti.
Così ancora i tanti scrittori stranieri che soprattutto nel settecento e nell’ottocento
arrivavano a Roma per il loro tradizionale e rituale viaggio in Italia e, proseguendo per
Napoli, non potevano non osservare, stupiti, la desolazione del territorio pontino: dal
grande W. Goethe che ne immagina nel Faust la redenzione, a Madame de Stael che in Corinna o l’Italia ne descrive l’aspetto selvaggio e inospitale, da René de Chateaubriand che in “Viaggio in Italia” ne descrive l’abbandono e la vita misera dei pochi abitanti a F. Gregorovius nelle “Passeggiate per l’Italia” dove, colpito dall’intensità e varietà dei colori della fitta vegetazione, dall’alto dei monti Volsci, si abbandona ad espressioni di commossa meraviglia.
Tutti colpiti dalla desolata visione di miseria e di abbandono ma anche dal colpo d’occhio di una natura forte e selvaggia che suscitava nella memoria i ricordi di un lontano passato in cui si celebrava l’amenità dei luoghi, come in Cicerone (106a.c. - 43a.c.) :
“E’ veramente ameno questo luogo posto in vicinanza al mare che può essere veduto da Anzio e dal Circeo. In tale solitudine manco della conversazione di ogni persona e,
internandomi il mattino nella selva folta e aspra, non ne esco che la sera.” (lettera ad Attico) o l’intensità abitativa come quando Tito Livio (59a.c. - 17d.c.) riporta : “Si dice che in quel luogo (a sud di Roma) fiorissero, un tempo, ventitré città”.
Ma sono già ricordi di un’epoca passata in cui le popolazioni locali ( i Volsci) controllavano il territorio con un complicato ma efficace sistema di canalizzazione e di drenaggio delle acque (numerosi reperti archeologici sono stati rinvenuti in tutta la zona interessata ).
L’area, in prossimità di Terracina, in questo periodo (I sec. d.c.) è già invasa dalle acque stagnanti e “....le zanzare noiose e le rane palustri vietano il dormire”. Orazio (65-8 a.c.),
Satira quinta.
Non solo le Paludi Pontine erano immerse nelle acque ma la stessa via Appia
era divenuta impraticabile Intorno al V secolo l’espansione e la supremazia di Roma su tutto il Lazio determinò l’abbandono delle terre dei Volsci, la mancanza di ogni cura dei sistemi di canalizzazione e dei sistemi di drenaggio e quindi la rapida diffusione delle zone paludose.

“Aveva intenzione (Giulio Cesare) di incanalare le paludi che sono nel territorio pometino e setino e di trasformarle in un terreno che potesse contenere molte migliaia di agricoltori”.
Plutarco, Vita di Cesare. Progettò, si dice, di deviare il corso del Tevere per farlo scorrere da Ostia a Terracina attraverso tutto il territorio pontino per raccogliere le acque stagnanti.
Ancora più audace, degno del suo ideatore, pare fosse il progetto neroniano di costruire un canale navigabile da Ostia ai Campi Flegrei (Pozzuoli).
Da Cesare a Nerone a Traiano e poi a Teodorico (VI sec.), non mancarono ipotesi di lavoro tanto generose quanto irrealizzabili ma anche, più modestamente, continui tentativi, più o meno riusciti, di imbrigliare le acque e ridare vita e fertilità alla terra pontina.
Irriducibile, il territorio, dopo brevi periodi di apparente recupero, inesorabilmente
ritornava, per secoli, allo stato di abbandono.
Era considerata impresa vana quando, ancora, ormai territorio pontificio, prima Martino V (XV sec.) invitò (si dice) i più celebri idrologi d’Europa per studiare piani di recupero,e poi Leone X (XVI sec.) coinvolse Leonardo da Vinci nel progetto di bonifica.
L’abbozzo leonardesco fu probabilmente tenuto presente nei successivi tentativi di
sistemazione idraulica Papa Sisto V, Pio VI e Pio VII, i governi della destra e della sinistra liberali ritentarono l’impresa, inutilmente. Un’impresa ormai diventata tanto aleatoria da indurre Faust,morente, ad immaginare la redenzione del “pestilente stagno.. per vedervi lieti, fertili campi, il nuovo suolo ; dell’uomo comodo albergo e della greggia ; le colline animate,ed alle falde il tramestio di industre e animoso popolo....
Oh, se potessi veder questo consorzio, e star fra genti libere sopra il libero terreno ; allora dire all’attimo io ben vorrei : fermati ! oh quanto sei bello !” W. Goethe, Faust.
Quando finalmente le condizioni di vita degli uomini e delle donne, nelle città e nelle
campagne, cominciarono a diventare oggetto di attenzione di sociologi e politici e le
ingiustizie sociali scossero anche la Chiesa, non fu più possibile ignorare, insieme ad un generale progresso economico e sociale, lo stato di abbandono e di abbrutimento
in cui versavano gli abitanti di molte zone depresse dell’Italia e non solo del profondo
Sud. Anche a due passi dalla giovane capitale era possibile assistere allo spettacolo
di un mondo dove si rappresentava un inferno popolato da poveri diavoli in lotta per
l’esistenza quotidiana
Lo stato di abbandono dell’Agro romano e pontino agli albori del XX secolo, a trent’anni dall’unificazione italiana, le miserrime condizioni dei suoi abitanti colpiscono uomini e donne particolarmente impegnati nell’opera di redenzione delle masse contadine, animati dagli ideali di un socialismo umanitario che diventava carico di denuncia nei confronti di principi e politici che vi si recavano per la caccia alla volpe e al cinghiale e stavano bene attenti affinchè i contadini non ricevessero nessun aiuto dai “nemici di Dio e della Religione”. Il poeta e giornalista (caporedattore di Nuova Antologia) Giovanni Cena, piemontese, e Angelo Celli epidemiologo e Professore di Igiene all’Università di Roma, marchigiano, si impegnarono in un’opera di “bonifica umana” nelle campagne romane e
pontine facendo conoscere all’Italia questa realtà “appena credibile da chi la vede” fino a poco tempo prima soggetta al governo pontificio.
Scrive Sibilla Aleramo nel 1902 al suo compagno Cena, ancora attonita e scossa da una visita appena conclusa in compagnia dei coniugi Celli nell’Agro romano : “Bisogna che anche tu veda, Giovanni. A due passi da Roma. Capanne di paglia, come cumuli di strame.
In capanne vivono senza pavimento, sembrano anche loro di fango, guardano attoniti, bimbi e vecchi, al confronto quelli dell’ambulatorio sono dei signori, le capanne stanno fuori d’ogni strada, ci si va per un sentiero, a piedi, è una specie di villaggio, tre, quattrocento persone, e dicono i Celli che ve ne sono tanti altri così sparsi nella campagna, tutti intorno a Roma e più giù fino alle Paludi Pontine, aggruppamenti di veri tukul, abbandonati, senza medico, senza scuole, e mi guardavano come se veramente fossi capitata in Africa, scendono dalla Sabina, dalla Ciociaria e dagli Abruzzi, tornano al loro paese soltanto da luglio a settembre, quando la malaria infierisce più acuta.
Il terreno appartiene ad un principe. Li chiamano guitti. Dormono accatastati nel fumo,
nel puzzo”. S. Aleramo, Dal mio diario.Il dottore Angelo Celli era stato il primo a dedicarsi ai contadini dell’Agro, aveva dedicato la vita e la professione alla cura delle malattie diffuse nell’ambiente contadino e innanzitutto della malaria di cui era un profondo conoscitore e per la cura della quale aveva ottenuto, nel ‘900, la legge sulla profilassi obbligatoria con il chinino di Stato.
Aveva coinvolto nella sua impresa la moglie, Anna, una tedesca energica e attiva, Aleramo e Cena, un gruppo di volenterosi maestri e giovani medici e insieme raggiungevano, spesso a piedi, la domenica, le capanne dei contadini per garantire loro un minimo di assistenza sanitaria e via via un minimo di attività scolastica. Sorsero, sempre più numerose, le scuole domenicali per bambini e per adulti nei territori dell’Agro e non senza difficoltà a causa dell’avversione dei potenti locali e del disinteresse dello stato verso l’educazione primaria.

I volontari maestri e maestre provenienti da Roma, in bicicletta o a piedi, la domenica mattina, affrontavano il problema dell’istruzione popolare e la lotta all’analfabetismo per la prima volta dall’Unità.
Grazie a questi pionieri dell’istruzione cominciava la redenzione di queste zone e il riscatto sociale delle masse contadine.
“Aspettando che i principi papalini obbediscano alla legge di bonificazione della terra”,
scriveva nel 1908 Sibilla Aleramo, “abbiamo intrapreso di bonificare l’intelligenza dei
contadini, tenuti in uno stato di schiavitù e di miseria che non può paragonarsi nemmeno al medioevo, nemmeno alla servitù romana, assai peggiore di quanto si riscontra nella storia”. S. Aleramo, op. cit.. (nota n. 5)
Il governo giolittiano finalmente riconosceva l’importanza e l’utilità sociale dell’istruzione delle masse popolari e cominciava a finanziare l’iniziativa.
Ma nessun’altro ha saputo esprimere con uguale intensità la forza, la sfida di uomini e donne ad una natura tanto restia quanto seducente come il grande Duilio Cambellotti.
L’artista romano, attraverso i suoi disegni e illustrazioni, alcuni anche celebrativi del regime, ha saputo restituire dignità e grandezza evocativa alle innumerevoli generazioni che hanno affrontato con umiltà e caparbia la sfida della “redenzione” dell’Agro pontino rinnovando idealmente l’entusiastica e liberatoria promessa di Faust negli anni della bonifica.
Ma la sua opera è solo il coronamento artistico di un impegno fattivo vissuto insieme a Cena, Aleramo, Celli, Balla ed altri già nei primissimi anni del ‘900 e la sua prossimità al fascismo non è ideologica ma solo convergente rispetto ai temi della classicità, della diffidenza nella nuova era industriale e tecnologica e del riscatto della Palude insieme alle fascinazioni naturalistiche di influenze nicciane e dannunziane.
Pur irretito dalle lusinghe del fascismo a cui per semplice opportunismo aderì (sono straordinarie le copertine per la rivista dell’ONC “La conquista della terra” dal 1935 al ’39), ammirato dallo stesso Mussolini che l’avrebbe voluto nell’Accademia d’Italia,
la sua ispirazione e il suo impegno civile derivano da altri percorsi. Le frequentazioni in anni giovanili con gli ambienti del socialismo umanitario lo avevano definitivamente indirizzato verso lo spirito di solidarietà per gli ultimi, in special modo per quelle popolazioni dell’Agro così vicine ai centri del potere ma anche così trascurate e dimenticate e che da sempre aspettavano occasioni di riscatto che per il gruppo a cui era legato non potevano non coincidere con l’educazione : prima di tutto e soprattutto la “bonifica umana”.
Cambellotti così ha dato il suo personalissimo contributo con straordinaria versatilità
creativa anche nella preparazione del sillabario per le scuole serali e domenicali e dei suoi libri didattici per adulti e bambini ma tutta la sua opera ha una ben precisa funzione sociale.

(nota n.6).

III

Per il fascismo dunque la bonifica ebbe un valore altamente simbolico, il compimento di un’impresa titanica grazie alla volontà e allo spirito fascista.
Ma la bonifica e il ripopolamento di un territorio a forte vocazione agricola era soprattutto la realizzazione di un grande progetto politico varie volte enunciato dal Duce e ormai entrato a far parte di disquisizioni sociologiche anche accademiche : la forza di un popolo è anche la prolificità e questa si ottiene promuovendo una sana, disciplinata vita rurale.
Già dagli anni venti Mussolini ebbe a dire : "Necessaria è questa educazione virile e guerriera in Italia, perché durante lunghi secoli le virtù militari del popolo italiano non hanno potuto rifulgere”.
Qualche anno più tardi, a Potenza, all’indomani della conquista dell’Etiopia e dell’annuncio della riapparizione dell’Impero “sui colli fatali di Roma” (1936) precisò, elogiando il popolo lucano perché aveva il primato della fecondità : 
“I popoli delle culle vuote, egli disse, non possono conquistare un Impero, e se lo hanno verrà il tempo in cui sarà per essi estremamente difficile , forse, conservarlo o difenderlo.
Hanno diritto all’Impero i popoli virili nel senso più strettamente letterale della parola.
Mi auguro che questo mio discorso formi oggetto di serie meditazioni in alcune province d’Italia”.
Per la verità la Basilicata aveva un altro primato, quello della miseria, e non senza nesso con il primo, ma Mussolini si guardò bene dal ricordarlo.
Quando si intensificarono le opere di bonifica negli anni ’30 anche per rilanciare
l’occupazione fortemente in calo per gli effetti della crisi che, scoppiata negli Stati Uniti nel ’29 (nota n.7), si diffondeva in tutta l’Europa, le parole d’ordine sull’esaltazione della vita rurale e sulla prolificità della razza divennero sempre più insistenti.

L’urbanesimo e la decadenza demografica erano considerati manifestazioni incontrovertibili della crisi della civiltà occidentale.
“Una popolazione densissima, in territorio ristretto e povero ; una Nazione che vuole
crescere ancora, per la propria potenza, per l’espansione dell’idea italiana nel mondo, deve necessariamente creare nuove sedi di vita rurale intensa, per aumentare il reddito nazionale e insieme per presidiare, contro le funeste forze urbanistiche, la sana, disciplinata, prolifica vita familiare delle campagne”.....
“La bonifica è integrale quando è eseguito tutto il complesso delle opere fondiarie occorrenti ad attuare quel nuovo ordinamento della produzione terriera che meglio risponde ai fini non solo economici, ma morali e politici, della Nazione”.
Così Arrigo Serpieri, sottosegretario di Stato per la bonifica integrale, nel 1930.
Mussolini affidò all’O.N.C. (Opera Nazionale Combattenti) il compito di bonifica (nota n.8).
Furono realizzati in dieci anni 2000 chilometri di canali, 900 Chilometri di strade, 4000 case coloniche, cinque centri urbani maggiori, 17 borghi rurali.
Furono coinvolte nei lavori decine di migliaia di persone provenienti da tutte le regioni
italiane.
Spuntarono dal nulla e in pochi anni le città di Littoria (1932), Sabaudia (1934), Pontinia (1935), Aprilia (1937), Pomezia (1939).

Mussolini tuttavia non pensava in un primo momento di costruire città ma borghi rurali
dotati di servizi e simboli del potere per le popolazioni che rimanevano comunque legate alla terra, disseminate sul territorio circostante. La realizzazione, per così dire, gli sfuggì di mano e, anche per la grande risonanza che ebbe nel mondo quell’impresa, quei centri cominciarono subito ad assumere caratteristiche urbane moderne.
La particolare architettura realizzata nelle “città nuove” risponde alle esigenze di un
controllo capillare delle attività e della socialità dell’uomo “fascista”, a stretto contatto
con le forme materiali del potere : la sede dell’ONC, il Palazzo comunale e la Torre civica, la Caserma dei carabinieri, la Casa del Fascio con annesso il piazzale delle adunate,la Chiesa parrocchiale. 
Tra tutti questi edifici si distingue, per dimensioni e decorazioni, la Casa del Fascio,
il palazzo del potere vero. 
Luoghi di svago modesti, una trattoria, un caffè, una piazza per le adunate e nulla più.
I materiali usati, tutti nazionali : tufo, peperino, travertino, marmo di Carrara, calce,
pozzolana, sabbia e cemento, “il primo esempio di una città costruita tutta con materiali autarchici” dichiara M. Piacentini, architetto del regime.
"Aprilia nasce quindi come una comunità chiusa, che impone al visitatore brevi soste, che concede poco al tempo del non lavoro e che preferisce guardare alle nascite più che ai malati comunque da destinare altrove” Aprilia : alla ricerca delle radici, Liceo scientifico “Meucci”.

Iniziarono subito ad Aprilia gli appoderamenti delle prime famiglie che provenivano soprattutto dal Veneto e dal Trentino, scelte dal Commissariato delle migrazioni interne e accolte dall’ONC che provvedeva a sistemarle nelle case coloniche già dotate di tutto l’occorrente per iniziare la dura vita dei campi.
Il contratto di mezzadria, che prevedeva anche il riscatto da parte del colono, era un
contratto capestro ; il colono con tutta la sua famiglia aveva una infinità di obblighi rispetto alle coltivazioni, al bestiame, alla stessa casa che poteva perdere in ogni momento ; lo stesso riscatto, rimborsabile in 15 annualità, avveniva su “insindacabile giudizio” dell’ONC.
Al momento dell’inaugurazione, Aprilia contava 2237 abitanti.

IV

Il 10 giugno 1940, Mussolini annunciò alla folla : “Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’Occidente, che in ogni tempo hanno ostacolato la marcia e spesso insidiato l’esistenza del popolo italiano.
L’Italia del Littorio ha fatto quanto era umanamente possibile per evitare la tormenta che sconvolge l’Europa....”.
Era la dichiarazione di guerra. Era, secondo il pensiero di Mussolini, la lotta dei popoli
poveri, numerosi, giovani, contro i monopolizzatori di ricchezze, isteriliti, volgenti al
tramonto.

Dopo i primi facili successi in Africa, iniziarono le sconfitte su tutti i fronti.
Il bilancio dello Stato risentiva gravemente delle spese di guerra. Le imposte perciò si
moltiplicarono, le restrizioni dei generi alimentari colpivano tutti, il razionamento
riguardava anche i generi di prima necessità. Il controllo sempre più assillante dell’apparato poliziesco-giudiziario portò a fenomeni sempre più diffusi di corruzione, evasioni e illegalità anche nei vertici amministrativi.
Nel gennaio del 1943 terminò tragicamente la nostra campagna di Russia.
L’ARMIR (Armata italiana in Russia) fu decimata (nota n.9). 
Poi, il crollo del fronte interno.
Al Nord, nel marzo dello stesso anno, in Piemonte, Lombardia, Emilia, Toscana
le prime agitazioni operaie annunciavano la fine del consenso popolare ad un regime
che si era dimostrato fallimentare in politica estera e che aveva trascinato l’Italia verso
una guerra incomprensibile accanto a un paese (la Germania) che combatteva per una
folle idea di dominio mondiale.
Al Sud, il 10 luglio, gli alleati sbarcano in Sicilia e Napoli e Roma vengono bombardate.
Nella notte tra il 24 e il 25 luglio il Gran Consiglio del Fascismo, in un estremo tentativo di salvare il regime, pensa di sacrificarne il Duce votando la sfiducia a Mussolini.
La notizia delle dimissioni di Mussolini e la nascita di un nuovo governo provoca in tutto il paese manifestazioni di giubilo presto sedate dalle forze dell’ordine.
Il Paese doveva ancora attraversare momenti tragici sia per le incertezze e la debolezza della Monarchia che tornava a governare, sia per la decisione di Hitler di instaurare in Italia il fascismo sotto stretto controllo tedesco.

Il 22 gennaio del 1944 gli alleati sbarcano ad Anzio. Il Paese era diviso in due.
Subito occupata dagli inglesi, Aprilia fu bombardata e rioccupata dai tedeschi e quasi
completamente distrutta nei quattro mesi di furiose battaglie. I suoi abitanti erano intanto sfollati in Calabria e Campania.
Ecco come descrive lo scrittore Stanislao Nievo, vissuto ad Aprilia nel periodo della
giovinezza, la tragedia della città.” Andai a Roma con papà e mamma e i tre fratelli :
Ippolito, Giovanna, e Giangaleazzo, alla fine del ’43. Un mese e mezzo dopo Aprilia
divenne linea del fronte, nella testa di ponte di Anzio.
Mio padre tentò di raggiungerla perché, come direttore dell’Opera Nazionale Combattenti, voleva salvare qualcuno dei suoi collaboratori e famiglie intrappolate là.
Andò con un calesse tirato da una bellissima cavalla, si chiamava Lola.
Avvenne il 23 gennaio del’44.
Quattro mesi e mezzo dopo mio padre tornava con mio fratello Ippolito e me in bicicletta -quaranta km, tre ore di pedalate- ad Aprilia, il sette giugno. La cittadina era distrutta.
Occupata e perduta dalle sette alle quattordici volte-non si è saputo mai bene qunte volte- da parte di tedeschi e alleati, divenne uno dei tanti paesi devastati dalla guerra e
riconoscibili a stento da chi vi aveva abitato.
Nel mezzo della piazza, la statua di San Michele, trafitta da una miriade di colpi d’arma da fuoco continuava a reggere la testa tagliata del drago. Ma il drago aveva morso ugualmente.
Per me quella statua , come tanti apriliani, è rimasta l‘unica cosa piagata ma originaria della cittadina.
Uno scriteriato piano urbanistico ha stravolto poi il centro originario di Aprilia, che ha
subito anche questa devastazione ricostruttiva. Ma San Michele, no. Volevano chiudergli le ferite, ma ci siamo opposti.
E’ rimasto con i buchi e quando soffia il vento fischia una lieve canzone.
Questa è la mia Aprilia, oggi cresciuta come una città americana rossa e massiccia sul villaggio neonato del 1937 “. In “L’Impresa: Anno Uno e Duemila” di Stanislao Nievo.

V

Il ritorno alla normalità fu difficile. Dopo la lunga e tragica bonifica dei campi minati e il ritorno degli sfollati, il 7 aprile 1946 ci furono le prime libere elezioni comunali.
La popolazione raggiungeva i 5000 abitanti.
Ma fu grazie al cosiddetto “Piano Marshall” (1947) e alla legge del 1950 che istituiva la “Cassa per il Mezzogiorno”, di cui beneficiarono anche le province di Frosinone e Latina, che Aprilia cominciò a fare più decisi passi verso la industrializzazione (note n.10 e 11).
Aprilia fu favorita dalla sua posizione geografica.
La sua vicinanza a Roma, gli efficaci collegamenti stradali e ferroviari favorirono la
concentrazione di industrie sul suo territorio e un flusso migratorio continuo soprattutto dal mezzogiorno e dalle isole. Nel 1951 iniziò la sua attività la Simmenthal, fabbrica benemerita perché dotò la città dei primi spazi ricreativi ed educativi, poi via via l’Enotria, il primo sportello bancario (Banco di Santo Spirito), la Zenit, la Cementi, la farmaceutici Gellini. Aprilia contava, nel 1959, 14.345 abitanti.
Negli anni sessanta fu la volta della Recordati, della Vianini, della Buitoni, dell’Abbott,
Yale, Massey Ferguson ecc.
Nel 1971 la città aveva superato i 28.000 abitanti ed era diventato il primo polo industriale della Provincia e tra i più importanti del Lazio.
La fine degli interventi della Cassa del Mezzogiorno, nel 1983, ha provocato la crisi e la chiusura di alcune fabbriche, un lento processo di trasformazione dell’economia verso la terziarizzazione e il commercio e di conseguenza un aumento della disoccupazione giovanile. Tuttavia la crisi non ha lasciato conseguenze drammatiche come in altre zone del Mezzogiorno essendo il tessuto industriale del territorio di Aprilia costituito da unità piccole o medie (non particolarmente colpite), da una diffusa produzione artigianale e dal forte potere attrattivo della capitale nel settore terziario.
La forte industrializzazione degli anni ‘60 certo ha molto penalizzato la naturale vocazione agricola dell’intero territorio ma non ha del tutto spento questo settore dell’economia che anzi ha saputo sopravvivere e integrarsi privilegiando produzioni ad alta redditività.

Oggi Aprilia conta 70.000 abitanti.
Non si è mai arrestato il flusso di immigrazione anche in tempi più recenti a causa del
mercato delle case a più basso costo rispetto a Roma.
Cresciuta in modo disordinato, quindi, la città fa fatica a darsi una identità e ad immaginare un futuro che non la releghi al ruolo di agglomerato abitativo marginale alla grande città.
L’intenso e rapido popolamento ha prodotto un abusivismo diffuso che le varie
amministrazioni succedutesi non hanno saputo controllare con opportuni piani urbanistici di sviluppo del territorio con conseguenze nefaste sul piano dei comportamenti sociali.
Sono state distrutte o trascurate fino alla rovina preziose informazioni storico-archeologiche in tutta l’area oltre che nello stesso centro urbano reso irriconoscibile da una ricostruzione tanto veloce e irrazionale quanto “iconoclasta” e irrispettosa.
Le nuove generazioni non si riconoscono in un territorio e in una città informe che non sa trasmettere né quel poco o tanto della propria storia né sa proporre un progetto urbanistico fatta a misura di cittadino.
Sembra, soprattutto per i giovani, un ambiente a rischio, sia per la scarsità di verde
attrezzato sia per l’assoluta mancanza di strutture pubbliche adeguate alla socializzazione e all’impiego del tempo libero (nota n. 12).
La recente costruzione di Centri Commerciali omnivori attorno alla città stanno ancora
trasformando strutture urbanistiche e assetti architettonici della città e soprattutto dinamiche sociali, stili di vita e profili occupazionali di enorme interesse.
Sono fenomeni complessi relativi all’intera economia e società occidentale che interrogano gli esperti e pongono domande che esigono risposte attente da parte dei politici e operatori ai diversi livelli. Si va dalla constatazione di perdita di posti di lavoro nei settori dell’artigianato e della vendita al dettaglio dei negozi di quartiere alla rilevanza sociale di acquisto di posti di lavoro precari e sottopagati di figure professionali anomale ma con elevato grado d’istruzione, ma che comunque non riducono la disoccupazione giovanile, magari la occultano, alla diffusione di una ritualità consumistica tanto accattivante quanto frustrante nell’apparente positivo invito ai saldi tutto l’anno.
Quanto tutto questo produce disarticolazione nella già fragile società apriliana sottoposta a continui e incontrollati stravolgimenti economico-sociali non sappiamo. Già priva di una sua propria identità economica e culturale, Aprilia rischia di sprofondare nei più triti riti del consumismo collettivo che assolve a tutte le altre articolate esigenze ricreative e culturali.
“Vado al supermercato per passare un po’ di tempo, perché non c’è altro da fare” è la
risposta dei giovani su come trascorrono il loro tempo libero. E’ quantomeno sconcertante !

VI

I tre volumi che costituiscono l’opera lasciata da Don Aldo Bellio e dal suo gruppo di lavoro hanno semplicemente, per parafrasare un presupposto economico che introduce all’analisi del “Capitale” di Marx, un “valore d’uso” di altissima qualità pur essendo in essi presente una quantità enorme e impagabile di “tempo di lavoro coagulato”.
Pubblicato con il contributo della Banca Popolare di Aprilia, l’opera è stata infatti distribuita gratuitamente ed è il risultato di un lungo e impegnativo lavoro collettaneo (1986-1991) ideato ed organizzato da Don Aldo Bellio (nota n. 13), prete della parrocchia di San Michele ad Aprilia, figura di spicco della conunità parrocchiale negli anni ‘70-’90 pur senza un preciso incarico pastorale.
Il perché di tanta fatica è semplice, come è semplice, in fondo, l’etica del “dono” : offrire alla città uno strumento di analisi sociale non frammentario per cominciare a pensare seriamente e finalmente al proprio futuro.

L’opera nacque dunque in un periodo particolarmente significativo e cruciale per la città (la fine degli anni ottanta) quando già cominciava a declinare la spinta propulsiva della grande industrializzazione iniziata negli anni cinquanta grazie alla legge 646/1950 che istituiva la Cassa del Mezzogiorno, anche per le Province di Latina e Frosinone, ma nel contempo non accennava ad esaurirsi il flusso immigratorio e di conseguenza l’espansione edilizia selvaggia e speculatrice.
Nata come un piano di ricerca sulla religiosità degli abitanti di Aprilia, il progetto si è via via ampliato fino a comprendere (attraverso l’esposizione di dati statistici puntuali e mirati) i bisogni, le aspirazioni, le contraddizioni di una popolazione soggetta a continue e violente spinte di trasformazioni, non previste, non pianificate, non coerenti.
La ricchezza dei dati statistici del primo volume, propedeutico dell’intero piano di ricerca, offre un contributo estremamente interessante di interpretazione e di analisi soprattutto se si pensa che il lavoro di raccolta (da molteplici fonti), di controllo e di sistemazione dei dati del gruppo di lavoro guidato da Don Aldo, costituisce una prima “mappatura” completa ed organica della realtà socio-economica del territorio di Aprilia dalle origini alla fine degli anni ottanta.
Il secondo volume, sottotitolato “vita sociale, culturale ed economica”, è la traduzione delle aride cifre statistiche nella vita quotidiana delle persone. Il pacato, lucido ma drammatico resoconto delle trasformazioni violente a cui la popolazione è stata sottoposta è però anche intessuto da frequenti e ammirevoli testimonianze di reazione che i cittadini hanno saputo sviluppare nei momenti difficili, in primo luogo attraverso l’intensificarsi dei legami dei gruppi d’origine (siciliani e panteschi, friulani, marchigiani, sardi, campani, laziali ecc.) e poi l’intenso scambio interculturale (ma questo aspetto, oltremodo interessante, relativo alle dinamiche dell’integrazione, meriterebbe maggiore attenzione) e infine l’associazionismo diffuso, l’impegno sociale di gruppi politici nel periodo dell’industrializzazione di massa, la partecipazione civile.
Non si colga però nessun trionfalismo storicistico nell’analisi di questi fenomeni perché anzi si insiste sull’estrema frammentarietà e precarietà delle iniziative, sui fallimenti, sull’assenza di capacità di interpretazione politica.
Il rammarico di Don Aldo Bellio, alla notizia della grave malattia che lo avrebbe condotto presto alla morte, ancora giovane, era quello di dover interrompere e lasciare incompiuta la terza parte dell’opera a cui teneva forse di più e che sentiva più impegnativa data la complessità del tema : le opinioni e i comportamenti religiosi della comunità apriliana.
Le linee orientative e le analisi che si intrecciano agli innumerevoli questionari proposti, mentre non nascondono le difficoltà interpretative e i limiti dei vari modelli sociologici possibili, tendono comunque a privilegiare l’approccio neutrale, “cibernetico”, che evita intanto i precondizionamenti ideologici e permette poi una visione più aperta e interattiva dei fenomeni.
Il fenomeno religioso, ovvero le risposte a domande che attengono alla religione, rivelano sia una dinamica interna alla sensibilità della persona in riferimento ai principi (Dio, la Chiesa, i riti, i sacramenti ecc.), sia contemporaneamente il rapporto di interazione con il contesto socio-culturale. Ancora una volta, pur nella molteplicità delle interpretazioni suggerite nel testo, emerge, mi pare, una riflessione in conclusione: La spia religiosa serve soprattutto per dar conto delle ricadute su uomini e donne delle trasformazioni socio-economiche, perché i cristiani possano diventare “soggetti attivi e responsabili di una storia da fare alla luce del vangelo”...
perché siano “capaci di impegnare la fede nelle realtà temporali” come dice uno stimolante documento dei vescovi italiani (La Chiesa italiana e le prospettive del paese, ottobre 1981) che Don Aldo spesso cita nei suoi scritti.
Il 1 Settembre 1990 Don Aldo ci lascia e lascia l’opera incompiuta. Il terzo volume viene pubblicato nel Novembre 1991 portato a termine dal gruppo di lavoro sulla base dei documenti manoscritti lasciati da Don Aldo che rivelano nella grafia minuta, contorta e sofferta (di difficile lettura), la premura umile e responsabile di chi, nel momento del commiato, sente il bisogno di un estremo atto d’amore.

Nota n. 1 - Assedio economico

La Società delle Nazioni (vedi) reagì all’aggressione dell’Italia contro l’Etiopia (3 ottobre1935) emanando il divieto di scambi commerciali con l’Italia.
Il provvedimento non ebbe successo, anzi il regime fascista usò tale divieto per denunciare l’ingiustizia subita da paesi nemici e affamatori del popolo : Francia e Inghilterra.

Nota n. 2 - Società delle Nazioni

Organismo internazionale nato il 28 Aprile 1919, all’indomani della I guerra mondiale.
Con sede a Ginevra, l’organizzazione, ideata da Wilson Presidente degli Stati Uniti, aveva il compito di regolare pacificamente le controversie internazionali.
Non riuscì a svolgere un’azione efficace anche per il disimpegno della nazione che lo
aveva promosso e fu di fatto uno strumento politico nelle mani della Francia e
dell’Inghilterra e delle loro ambizioni egemoniche. Fu sostituito nel 1945 dall’ONU.

Nota n. 3 - Guerra d’Etiopia.

Tra l’ottobre 1935 e il maggio 1936 l’Italia occupa l’Etiopia per motivi di prestigio interna-zionale ma anche per motivi di potenza e di grandezza dominanti nel pensiero di Mussolini.
Presentata in modo propagandistico come rifondazione dell’Impero romano, la conquista fu veloce ma, contro un popolo pressocchè inerme, furono utilizzati senza scrupolo anche gas asfissianti

Nota n. 4 - Questione cattolica.

I Patti lateranensi, costituiti da due protocolli : il Trattato ( “restituzione” alla Santa Sede della territorialità perduta con l’unità d’Italia) e il Concordato ( regolamentazione dei rapporti in materia religiosa e civile tra i due Stati sovrani), furono stipulati l’11 settembre del 1929 e furono presentati al paese come la definitiva conciliazione tra lo Stato italiano e la Santa Sede per tanti secoli separati e nemici.
Il Fascismo fu perciò premiato per questa attenzione con l’appoggio del Papa (Pio XI) alla sua politica interna e internazionale e recuperò il consenso che da qualche anno, dopo l’assassinio di Matteotti, era in calo.
I Patti lateranensi furono inseriti nella nostra Costituzione nel 1947 (art.7) dopo un ampio e serrato dibattito.

Nota n. 5 - Sibilla Aleramo (pseudonimo di Rina Faccio) nasce ad Alessandria nel 1876.

Spirito ribelle e anticonformista, rifiuta il ruolo di madre e moglie (era stata costretta a
sposare, giovanissima, il suo seduttore) per inseguire il suo sogno di libertà tanto che, trasferitasi a Roma da Civitanova Marche dove la famiglia era approdata per il lavoro del padre, comincia una incredibile serie di esperienze culturali e di amori con uomini di cultura i più diversi come Giovanni Cena, Vincenzo Cardarelli, Salvatore Quasimodo, Dino Campana,Giovanni Papini, Umberto Boccioni e ancora altri ai quali dedica pagine delicatissime e appunti nei Diari e nelle svariate ricostruzioni autobiografiche (Una donna, Amo dunque sono, Gioie d’occasione, Orsa minore ecc.). Ma si impegna anche in attività sociali e politiche (firma il manifesto degli intellettuali antifascisti redatto da Benedetto Croce) e milita nel P.C.I. rinato nel 1945 dopo il Fascismo. Perfettamente consapevole della sua vita “sregolata” , le sue esperienze prima che le sue opere aprono la strada ai giusti diritti della donna. Muore a Roma nel 1960

.

Nota n. 6 - Duilio Cambellotti nasce a Roma nel 1876 dove muore nel 1960.
Formatosi nel laboratorio artigianale del padre, si impadronisce, giovanissimo, delle tecniche di ogni creazione artistica in special modo della ceramica e del disegno. Dopo gli studi di ragioneria (per accontentare il padre) e di perito industriale, diventa illustratore ricercatissimo di riviste e settimanali ma soprattutto abile ed esperto scenografo, tanto che lo stesso d ‘Annunzio lo vuole per allestire le scene della sua tragedia “La nave” nel 1908.
L’interesse per le condizioni delle popolazioni dell’Agro e l’incontro con Cena e Aleramo in questi stessi anni lo spingono a impegnare la sua arte a favore dei contadini nel tentativo di sottrarli al loro inferno sociale e riscattare le loro fatiche. Si dice che “ha raggiunto nelle Paludi Pontine quel che Giovanni Fattori ha raggiunto nella maremma toscana”.
Fu oggettivamente vicino al fascismo a causa dell’interesse artistico verso il mondo rurale e i miti della classicità e lo stesso Mussolini ebbe interesse per i suoi lavori ma non si lasciò mai coinvolgere in operazioni politiche strumentali. La sua opera oggi viene spesso rivisitata con favore e gli si riconosce grandissima abilità tecnica, fantasia e grande forza evocativa.

Nota n. 7 - Crisi del ’29.

Il crollo della borsa di New York (23-29 ottobre 1929) fu la conseguenza di forsennate speculazioni borsistiche e dello squilibrio tra capacità di
consumo e produzione (sovrapproduzione). L’equilibrio mondiale ed europeo fu
profondamente scosso da questa crisi proveniente dal cuore dell’economia capitalistica (gli Stati Uniti, la più forte potenza industriale dopo la prima guerra mondiale).
Tutti i governi reagirono in ordine sparso, con misure ispirate non alla solidarietà ma
all’egoismo nazionale (autarchia e corsa agli armamenti nel caso dell’Italia e Germania) preparando oggettivamente lo scoppio della seconda guerra mondiale.

Nota n. 8 - ONC.

L’Opera nazionale combattenti venne istituita nel 1917 per permettere l’inserimento nel mondo lavorativo, soprattutto agricolo, di coloro che, avendo partecipato alla grande guerra meritavano un riconoscimento. Dotato di personalità giuridica ed economica e riordinato nel 1926 dal Fascismo l’Ente fu incaricato di provvedere a opere di bonifica e di trasformazione fondiaria con lo scopo di dare lavoro e popolare vaste zone di interesse economico-agricolo.

Nota n. 9 - Campagna di Russia.

L’”Operazione Barbarossa” ebbe inizio nel giugno del ’41 e fu una guerra tra “ideologie e razze diverse” come disse Hitler che dispiegò un massiccio impiego di uomini e mezzi per trasformare tutta l’Europa dell’est in colonia tedesca. Mussolini, umiliato dalle sconfitte subite, pensò di rifarsi inviando, in appoggio ai tedeschi prima 60.000 uomini (CSIR - Corpo di Spedizione Italiano in Russia), poi altri 200.000 uomini inquadrati nell’ARMIR (Armata Italiana in Russia). Fu una disfatta per la Germania e per l’Italia. Dopo la resistenza eroica a Stalingrado, l’armata rossa iniziò una controffensiva che non si arrestò se non a Berlino.

Nota n. 10 - Piano Marshall.

Offerta di aiuti economici voluto dal segretario di Stato degli USA per ricostruire l’Europa distrutta dalla guerra (1947) e avviare l’economia di mercato favorevole agli Stati Uniti.
Il piano rappresentava inoltre un’arma efficace contro il comunismo ; esso infatti legò gli Stati europei che ne beneficiarono (tra cui l’Italia) all’orbita statunitense e costituì la
necessaria premessa del Patto Atlantico (1949).

Nota n. 11 - Cassa del Mezzogiorno.

L’arretratezza del Mezzogiorno e di altre zone depresse del centro, in un’Italia che si avviava, seppure faticosamente, verso lo viluppo, favorì nel 1950 la creazione di un Ente di sviluppo con il compito di programmare, finanziare o, comunque, incentivare la costruzione di infrastrutture (strade, acquedotti, dighe) che avrebbero potuto attirare il capitale privato e promuovere così lo sviluppo industriale e commerciale.
L’Ente purtroppo non ottenne i risultati sperati perché, nonostante la concessione di crediti a tasso agevolato, non sviluppò una imprenditoria meridionale né gli imprenditori settentrionali localizzarono i loro impianti nel Sud preferendo investire in zone più sicure.
Certamente l’efficacia della Cassa fu compromessa anche da truffe, corruzioni e favori
politici.

Nota n. 12 - Un futuro per la città.

Non mancano, per fortuna, iniziative di gruppi, sempre più numerosi in questi ultimi anni, che pongono all’attenzione dei cittadini problemi di identità collettiva, di risanamento del territorio, di servizi sociali essenziali, di centri culturali, di tolleranza e convivenza con culture e religioni extraeuropee. Con questi gruppi, con le scuole, l’amministrazione comunale può e deve collaborare.
Risanamento e recupero alla socialità degli spazi verdi esistenti, piano viario urbanistico funzionale per il trasporto pubblico finalizzato anche alla rivalutazione delle periferie, promozione dell’uso della bicicletta individuando tracciati per piste ciclabili,
apertura per iniziative rivolte alla conoscenza delle culture regionali ed extracomunitarie presenti sul territorio. Ecco le priorità. Aprilia ha vocazione, tradizione e cultura per meritarsi progetti che vanno in questo senso.

Nota n. 13 - Don Aldo Bellio

Nato a Silea (Treviso) il 7 dicembre 1942 e morto ad Aprilia il 1 settembre 1990, Don Aldo Bellio è stata una figura di spicco (seppure molto modesto e silenzioso) della parrocchia di San Michele dove ha vissuto dal 1974 al ’90 senza una particolare qualifica pastorale ma molto impegnato in attività culturali d’avanguardia circondato, negli anni in cui Aprilia era priva di qualsiasi altro centro di aggregazione, da gruppi numerosi di giovani di vario orientamento ideologico ma tutti motivati dalla stessa volontà : costruire una comunità cittadina responsabile e consapevole delle profonde trasformazioni socio-economiche che continuamente si avvicendavano sul territorio e in grado di avvertirne le ricadute sul piano delle relazioni umane. Forte di studi sociologici e studioso instancabile ha saputo raccogliere
e interpretare i disagi soprattutto dei giovani rispetto ai vuoti programmatici di certa politica poco attenta al futuro della città e incapace di governare i processi in atto.
Tra le mille iniziative di cui è stato l’ispiratore e che molti ancora ricordano con nostalgia e riconoscenza, la più importante e significativa è certamente il lavoro collettaneo ma di cui era il coordinatore e l’ispiratore : “Aprilia : il borgo, la città” in tre volumi, una vera miniera di informazioni sulla storia della città. E’ un cittadino che meriterebbe di non scomparire dalla memoria collettiva, a cui forse, per dovere di riconoscenza, bisognerebbe dedicare un luogo pubblico.

Bibliografia essenziale.

Annibale Folchi. Littoria, storia di una provincia. Regione Lazio, 1992

AA.VV. Aprilia, il borgo, la città (3 voll.). Edizioni Comunità Aprilia, 1988-’91.

AA.VV. Duilio Cambellotti. Comune di Aprilia 1993

AA.VV. L’Impresa. Comitato Quartiere Apriliana, 1997.

AA.VV. Divina geometria. Archivio di Stato di Latina 1994.

F. Strozza. Giovanni Cena e le scuole per i contadini. Roma 1992.

Prof. Fasano Filippo