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Circolo "Vittorio Arrigoni"

Don Aldo Bellio

Indimenticabile Don Aldo, cittadino di Aprilia !...

“Sic transit gloria mundi. La gloria del mondo
è transitoria. Non è la gloria a fornire la dimensione
della nostra vita, bensì la scelta che facciamo di seguire
la nostra leggenda personale, di rivendicare le
nostre utopie e di lottare per realizzare i nostri sogni.
Tutti siamo protagonisti della nostra vita, e non
dobbiamo dimenticare che spesso sono gli eroi più
anonimi a lasciare l’impronta più duratura.”
Paulo Coelho

Premessa.

Aprilia, anche tra le città di nuova formazione, ha caratteri particolari. Nata a ridosso del II conflitto mondiale (29 Ottobre1937 è la data dell’inaugurazione) e popolata soprattutto da famiglie contadine venete, friulane, ferraresi chiamate ad occupare i poderi dopo la bonifica del regime, è stata immediatamente travolta dalle ultime tragiche vicende della guerra ( fu ridotta ad un cumulo di rovine dai bombardamenti anglo-americani dopo la sbarco del Gennaio ’44 ad Anzio-Nettuno) ma, grazie anche a fortunate contingenze storiche e alla sua invidiabile posizione geografica, ha rivissuto nell’immediato dopoguerra le frenetiche e dolorose vicissitudini della rinascita e finalmente un pieno e inarrestabile sviluppo.
L’immediata opera di ricostruzione post-bellica (poco rispettosa e iconoclasta, in verità) e la contemporanea fase di forte industrializzazione dell’area (non meno invasiva) degli anni ’50 e ‘60 hanno quasi completamente cancellato i tratti urbani originari e trasformato l’intero territorio circostante.
Su una struttura iniziale semplice e perfettamente definita e compatta ( “the factory”, così nei loro voli di ricognizione gli anglo-americani identificavano il nucleo abitativo di Aprilia), pensata e costruita come centro rurale, è cresciuto in pochi anni un corpo immenso e deforme, senza controllo pubblico (si pensi che il primo vero piano regolatore generale, obbligatorio per legge, viene adottato dal Comune solo nel 1971, ma risulterà già superato dalle impreviste realtà abitative e produttive, una circostanza che si verificherà ancora tutte le volte che si tenterà di regolamentare l’assetto urbanistico).
L’afflusso continuo di nuova immigrazione nel dopoguerra, spinto da ragioni esclusivamente economiche e abitative, ha soffocato completamente il nucleo originario degli abitanti della città che si era comunque riconosciuto nel grande progetto ideologico di politica agraria del regime negli anni ’30, ed ha completamente stravolto l’intero territorio comunale sottraendolo alla sua naturale vocazione agricola e innescando un processo socio-economico di lunga durata che ha inciso profondamente sui valori identitari della comunità.
Il forte e incontrollato aumento demografico (con conseguente selvaggio abusivismo edilizio su tutto il territorio) in assenza di capacità previsionali da parte delle amministrazioni succedutesi, il disinteresse assoluto per una pianificazione e formazione scolastica di qualità in grado di offrire ai giovani percorsi culturali adeguati e profili professionali funzionali alla nuova realtà socio-economica, l’incapacità di fornire strutture di socializzazione, sport e tempo libero hanno infatti provocato comportamenti spontaneistici e individualistici nella soluzione dei problemi abitativi e nell’organizzazione sociale che hanno poi inculcato nei cittadini quell’indefinito senso di estraneità e di provvisorietà che si è tradotto spesso, nel tempo, anche in disaffezione verso la città e diffusa assuefazione allo stato delle cose.
Si può dire che la comunità apriliana è stata costretta ad inseguire i cambiamenti senza dominarli; non ha mai potuto disporre, insomma, di tempi sufficientemente ampi di rielaborazione delle esperienze vissute per produrre memoria di sé e riempire di senso e di progettualità la propria vita sociale, ha vissuto e vive con grande sofferenza ma rassegnata accettazione le improvvise, continue, convulse accelerazioni della sua storia.

La produzione e la trasmissione di memoria collettiva, come si sa, è lento processo di simbiosi tra le vecchie e le nuove generazioni in cui convivono tradizioni e innovazioni, identificano una comunità e la proiettano verso il futuro. Non bastano perciò, per avere consapevolezza di sé come comunità, le pur molteplici, accurate e circostanziate ( meritorie certamente) produzioni bibliografiche sul territorio e i suoi abitanti che tutt’al più solleticano e magari inorgogliscono la piccola cerchia degli studiosi di storia locale. La costruzione di una memoria collettiva ha tutt’altro spessore e altri tempi. Il cittadino ha bisogno di spendere e far circolare il patrimonio di esperienze vissute, belle o brutte che siano, deve sedersi al banchetto della storia e non come semplice invitato, deve avvertire le proprie responsabilità nei confronti delle nuove generazioni, deve uscire dall’anonimato e messo nelle condizioni di decidere del proprio futuro.

Credo che queste ultime considerazioni hanno spinto un uomo straordinario e dotato di grande sensibilità sociale come Don Aldo Bellio, giunto ad Aprilia per assolvere ad un dovere pastorale in un periodo di grandi e radicali trasformazioni, ad attivare un lavoro collettivo di riflessione sulle dinamiche socio-economiche in atto sul territorio per far emergere risposte adeguate e non precostituite ai nuovi problemi ed avviare un percorso di ricostruzione umana e civile a tutto campo (seppure da un’ottica profondamente religiosa), capace anche di ricucire lo strappo dell’immediato dopoguerra e dare continuità e senso all’intera storia della città. In questo suo progetto di grande respiro ha saputo coinvolgere, senza esclusioni, cittadini di ogni estrazione sociale ed ideologica, fortemente motivati e di sicura onestà intellettuale.
Negli anni di lavoro presso la parrocchia di S. Michele, disimpegnandosi forse da una pratica pastorale semplicemente rutinaria e anzi più propenso a cogliere e a valorizzare le articolazioni e le pluralità dell’atteggiamento religioso, in sintonia con quanto anche da parte della Chiesa in quegli anni veniva sollecitato (siamo negli anni ‘70-’80), ha saputo dare vita ad iniziative coraggiose nel campo culturale e politico senza peraltro perdere di vista lo “specifico” apriliano e anzi favorendone la conoscenza attraverso il coinvolgimento di quanti nei vari campi dell’impegno politico o lavorativo esprimevano domande di cambiamento e di promozione umana.
Purtroppo la sua morte prematura e improvvisa (1 settembre 1990, all’età di 48 anni) ha interrotto un impegno collettivo di crescita morale e civile in anni cruciali e decisivi per il futuro di Aprilia.
Nessuno ha più saputo rilanciare quel patrimonio di conoscenze, di esperienze e di operatività. La parola è passata interamente ai partiti e alla loro dialettica di Palazzo spesso sconosciuta ai cittadini.
La società civile si è via via sempre più indebolita e si dimostra ora sostanzialmente incapace di incidere sui programmi e le scelte politiche. C’è in molti la sensazione che sia ormai impossibile governare i processi, troppo rapidi e indipendenti dalla volontà dei cittadini che sempre più spesso si trovano costretti, nelle chiacchiere di piazza, a giudicare sull’operato delle amministrazioni esclusivamente nel merito di operazioni finanziarie e gestioni tributarie a volte poco trasparenti.
La crisi irreversibile dell’industria tradizionale ha prodotto nuovi assetti economici e nuove realtà occupazionali nei settori dei servizi e del terziario in genere, con conseguenti ricadute nel tessuto socio-culturale. La città si presenta oggi freneticamente impegnata nei più tristi riti del consumismo collettivo assediata com’è da centri commerciali sempre più numerosi che si contendono gli ultimi spazi liberi ai confini dell’area metropolitana romana e attigui a strutture di collegamento viario sempre più invasive e distruttive, continua a crescere nell’area urbana il mercato delle case a più basso costo rispetto a Roma, agenzie finanziarie e dipendenze bancarie occupano ormai sempre più il centro-città.
Aprilia cresce nelle dimensioni e nelle articolazioni delle sue strutture economiche post-industriale ma non si può dire purtroppo che insieme cresca la consapevolezza dei cittadini dei fenomeni in atto nè si individua il profilo di una città moderna e ben organizzata priva com’è di centri sportivi e ricreativi multifunzionali, di parchi pubblici ben conservati e arredati convenientemente, di spazi adibiti alla cultura e alla conservazione del patrimonio storico - archeologico e artistico.

Non sappiamo quanto la città avrebbe guadagnato se l’impegno di Don Aldo fosse continuato, siamo convinti però che, oltre al ricordo dovuto, la sua proposta può essere rivisitata e il suo progetto riconsiderato se vogliamo ancora sperare di conoscere, dominare e controllare i processi di trasformazione in atto sul territorio, oggi come ieri profondi, non neutrali, che influenzano e decidono dell’esistenza di decine di migliaia di persone.
Soprattutto ci rivolgiamo alle nuove generazioni, appena nate quando Don Aldo illuminava, con la sua intelligenza umile, ma vigile ed operativa, il già triste panorama della nostra città e aiutava i giovani di allora non ad abbandonarla ma a costruire ipotesi di vita dignitose, affinchè imparino ad amare la città, la sua storia, i suoi abitanti e soprattutto ad agire, senza tornaconto personale, come coraggiosamente ha fatto questo “strano” prete della parrocchia di San Michele che, giunto ad Aprilia come i vecchi primi pionieri-coloni dalla lontana terra dei veneti, immediatamente ha sentito l’obbligo dell’impegno sociale strettamente connesso con il possesso della nuova cittadinanza.
La sua figura, che oggi già declina nell’oscurità della storia, merita, dunque, di essere recuperata e riconsegnata alla città. Può la sua memoria e il suo insegnamento contribuire a ricostruire quel circuito virtuoso tra passate e nuove generazioni capace di accendere la voglia di partecipazione dei cittadini di Aprilia ?

I

Don Aldo Bellio giunge, dunque, ad Aprilia, nel 1967, proveniente, come tutti i preti della parrocchia principale, dall’Istituto “San Raffaele Arcangelo” di Vittorio Veneto (TV) grazie a un accordo di collaborazione, sottoscritto nel 1956, tra la diocesi di Albano e quella di Vittorio Veneto ( era allora vescovo il buon Mons. Albino Luciani, futuro papa Giovanni Paolo I ) per risolvere il problema della scarsità di vocazioni in una città che cresceva a dismisura. La terra veneta, che aveva contribuito al popolamento dell’”agro pontino” già negli anni della bonifica, offriva ancora energie, seppure d’altro segno, alla città.
Il giovane prete ha 25 anni (era nato a Silea, Treviso, nel 1942), è pieno di entusiasmo per la nuova vita che gli si apre davanti e, già orientato verso un’opera di apostolato nel sociale a cui è stato indirizzato dall’Istituto che ha freguentato, è per di più felicemente segnato, come molti in quegli anni, anche laici, dal vento di rinnovamento post-conciliare (Il ConcilioVaticano II si era chiuso nel dicembre del ’65, ma i suoi forti messaggi di denuncia e di speranza scuoteranno la società per molto tempo ancora).
Decide perciò, prima di dedicarsi alla parrocchia, di dotarsi di strumenti adeguati per leggere ed interpretare la realtà del suo tempo, per tanti versi così esplosiva ma anche feconda di sviluppi, iscrivendosi e frequentando per quattro anni (1968-’71) la facoltà di sociologia presso l’Università Gregoriana di Roma.
La sua scelta era dettata dalla convinzione, allora molto diffusa nella chiesa post-conciliare, che non bastava più, per leggere la realtà ed agire in essa, la vecchia sintesi teologico-pastorale, incapace com’era di comprendere adeguatamente le trasformazioni di una società che esprimeva nuovi modi di essere e di pensare, nuovi bisogni e nuovi linguaggi. Era necessario invece favorire le spinte di rinnovamento di un cristianesimo profondamente fecondato e rinvigorito da un papa “buono” come Giovanni XXIII e da un papa dialogante e pensoso come Paolo VI, che si chinava ad ascoltare gli “ultimi” anche a costo di incrociare così la politica e che si faceva portatore di messaggi di emancipazione umana anche lontano dall’Europa e dall’Occidente presso altre culture e altre religioni (la “teologia della liberazione” in America Latina, il dialogo con le religioni d’Oriente tanto attraenti per le nuove generazioni). La diffusione delle “comunità di base” in tutta Europa, il volontariato di massa, il rinnovato e, a volte, rischioso impegno di molti sacerdoti nel mondo, non più rinchiusi nelle rassicuranti recinti parrocchiali, costituivano le punte avanzate di questo nuovo impegno della Chiesa.
Nel 1971, all’inizio del suo impegno pastorale, Aprilia, nata appena 35 anni prima, contava già 28.000 abitanti e il vastissimo territorio comunale (17.773 ettari di superficie agricola) subiva profonde e continue trasformazioni nelle sue strutture urbanistiche e di collegamento a causa di nuovi e numerosi insediamenti industriali e relativi nuclei abitativi.
Grazie alle varie leggi di programmi e incentivi relativi alla istituzione della Cassa del mezzogiorno, gli insediamenti di grandi e medi complessi industriali regolavano, secondo il ritmo della produzione, la vita di uomini e donne e i loro rapporti, il loro tempo libero, i loro bisogni di case e di consumo, le stesse scelte di programma delle amministrazioni della città travolgendo i modelli di vita sociale precedenti. Erano però finalmente lontani i tempi bui della guerra, i bombardamenti e le macerie dappertutto, le orribili sensazioni di non potercela fare, come tanti ; le rassicuranti sirene delle fabbriche, un salario sicuro, una casa, l’avvenire per i figli riempivano l’animo di fiducia nel futuro(1). Era, però, una industrializzazione indotta da sole ragioni economiche, non prevista e non guidata, lontana da una logica di coerenza con la vocazione economica originaria e, per la rapidità delle trasformazioni violava pesantemente un territorio che la natura e e la volontà degli uomini aveva destinato ad altri usi. L’eccessiva concentrazione industriale produceva, infatti, oltre all’ inquinamento dei suoli, la sottrazione di vaste aree alla produzione agricola e l’insediamento di produzioni (industria meccanica e chimico-farmaceutica in prevalenza) non compatibili con un assetto urbanistico pensato per un’economia rurale.(2). Né le aziende, tutte dipendenti dal Nord o dall’estero, con un personale dirigente non residente, saranno particolarmente impegnate a promuovere rapporti equilibrati tra lavoro, territorio e società civile e abbandoneranno l’area quando, negli anni ottanta, il flusso di denaro pubblico si esaurirà e non troveranno più conveniente l’organizzazione del lavoro (la Cassa del Mezzogiorno esaurì il suo compito nel 1984).
In particolare il centro urbano e le sue periferie, con l’afflusso di sempre più numerosi immigrati attirati dalle occasioni di lavoro nel settore industriale e bisognosi di case e di più adeguati servizi sociali, venivano letteralmente sconvolti e perdevano la funzione originaria. Il centro della città, in nome di un antifascismo superficiale e incompetente, fu distrutto. Nel ’70 fu abbattuto il Palazzo comunale, poi la Casa del Fascio, infine, nel ’79, il Palazzo della GIL e al loro posto fu costruita un’orrenda piazza e un ancora più incredibile e incoerente Municipio.

Dai dati CED del Comune, relativi agli anni ‘70-’71, si evidenzia il maggior incremento in valore assoluto della popolazione residente (dopo gli anni ’62-’63) e un numero di occupati nell’industria (6995), in percentuale il più elevato rispetto all’ agricoltura (1674) e al terziario (2083). La caoticità degli interventi, l’avidità dei nuovi soggetti economici, l’impreparazione e le inadempienze degli amministratori locali che avrebbero dovuto guidare le trasformazioni e socializzare il diffuso e improvviso benessere tendevano a favorire un atteggiamento di sostanziale disinteresse da parte degli imprenditori, delle forze politiche e degli stessi cittadini verso le problematiche della qualità della vita, l’uso razionale e programmato del territorio, il civile assetto urbanistico.
Aprilia si caratterizzava sempre di più come estrema periferia del sistema metropolitano romano e purtroppo cresceva brutta e deforme. Semplice serbatoio di manodopera per un’economia estranea alla sua vocazione originaria, la città cresceva dunque a dismisura e raccoglieva una popolazione eterogenea che non sempre trovava motivazioni sufficienti per inserirsi utilmente e civilmente nel tessuto urbano privo, del resto, di centri di aggregazione e di spazi di attività sociale. Era già, dunque, in quei primi anni settanta, una città piena di contraddizioni e di ferite nel tessuto urbano, nel territorio circostante e, quel che più preoccupava Don Aldo, nella coscienza civile dei cittadini che non poteva non riflettere il caotico e, per certi aspetti, già disumano dinamismo economico e politico (3).

II

Le ricadute sul corpo sociale di queste profonde trasformazioni fanno ormai parte degli studi sociologici relativi al fenomeno della industrializzazione e toccano questioni antropologiche complesse come l’abbandono dei “ritmi” propri della civiltà contadina, l’assunzione di nuovi valori che sconvolgono, per esempio, l’assetto familiare tradizionale, la tendenza alla secolarizzazione degli stili di vita ecc.
“Saltano i parametri interpretativi della realtà, scrive efficacemente Tullio Tentori, storico dell’industrializzazione, la furbizia non aiuta Bertoldo a trattare con il suo signore ; “scarpe grosse e cervello fino” non lo orientano nei rapporti con il cittadino e, soprattutto, nelle sue strategie della sopravvivenza quando la cultura urbana raggiunge la campagna e vi si attesta. I soldi sotto il mattone non rendono ; i molti figli non costituiscono un investimento economicamente produttivo di forza lavoro ; l’individualismo impara a conoscere dei limiti nella forza di forme associative che tendono sia all’azione politica di categoria sia all’azione cooperativa nei processi di produzione e distribuzione.” (4).
La vivace e dinamica, seppur caotica, realtà socio-economica di Aprilia in quei primi anni ‘70 costituiva, dunque, per il giovane studioso e prete un incredibile, stimolante e preoccupante laboratorio sociale, dove si intrecciavano quindi e prendevano corpo fenomeni e dinamiche analoghi al più vasto contesto nazionale ed europeo; la vicinanza a Roma poi, dove si elaboravano strategie politiche di rinnovamento o di conservazione dell’esistente, stimolava, soprattutto nei giovani, la formazione di ipotesi di lavoro e di impegno sociale adeguati alla complessità delle trasformazioni in atto e in sintonia con i modelli teorici, anche rivoluzionari o addirittura eversivi, elaborati dai numerosi movimenti e partiti più rappresentativi.
Erano gli anni, per intenderci e lo ripeto, in cui i fermenti innovatori della prassi e della mentalità religiose rilanciavano il ruolo del laicato e dell’apostolato, la strada del dialogo ecumenico, del riconoscimento della dignità della persona ( come si sa gli effetti del Concilio durarono a lungo );
erano gli anni della contestazione studentesca che, partendo da una radicale critica delle strutture culturali e dei valori dominanti, approdava a generose rivendicazioni di libertà personale e di uguaglianza al di là delle differenze di razza, di ceto e di genere e lasciava comunque alla fine un patrimonio di sensiblità che ha contribuito a modificare il rapporto tra i cittadini e dei cittadini con le istituzioni; erano gli anni delle lotte operaie (1969-1970) che non si limitavano a richieste di miglioramenti salariali o delle condizioni di lavoro ma miravano a creare organismi rappresentativi di base (Consigli di fabbrica, CUB) in grado di discutere con la controparte condizioni di lavoro più dignitose nella logica egualitaria e ottenendo alla fine, grazie anche alla compattezza e saggezza delle organizzazione sindacali, contratti significativi e soprattutto, nel 1970, lo “Statuto dei lavoratori” che introduceva, per esempio, il principio della “giusta causa” per i licenziamenti (interessante notare che fu la FIM, la federazione dei metalmeccanici della CISL, protagonista dell’”autunno caldo”, punto di raccolta dei cattolici “rivoluzionari”) ;
erano anni, insomma, di forti tensioni e speranze di cambiamento radicali che la politica nazionale spesso non riusciva o non voleva decifrare e accompagnare e che anzi spingeva, nei modi più o meno ambigui, e colpevolmente, sul terreno della contestazione violenta al “sistema” fino alla organizzazione illegale di gruppi armati rossi e neri con rischi evidenti anche per la tenuta democratica dello Stato.
Una realtà che andava radicalmente modificandosi nel tradizionale assetto familiare, nelle relazioni tra uomo e donna, nel modo di vivere la sessualità, nei ritmi lavorativi. La società aveva certamente il passo più veloce delle istituzioni.
Nel referendum del maggio 1974 per l’abrogazione della legge sul divorzio, il 59% degli elettori si pronunciò a favore della legge dimostrando così i progressi compiuti dal processo di modernizzazione e secolarizzazione della società italiana nonostante la violenta campagna della parte più conservatrice della Chiesa in difesa “dell’unità della famiglia e della indissolubilità del matrimonio”. Ma si dichiararono a favore del divorzio anche settori consistenti del mondo cattolico e dei gruppi cattolici di base.
L’esito del referendum, insieme alle pressioni del movimento delle donne, spinse decisamente il Parlamento a varare la nuova legge sul diritto di famiglia (1975) che sanciva il principio della parità tra i coniugi.
Infine, dopo una lunga battaglia in Parlamento, non senza compromessi di varia natura cha metteva nel conto anche il diritto all’obiezione di coscienza dei medici, fu approvata la legge sull’aborto (1978) con grande collera delle gerarchie ecclesiastiche.
La Chiesa, nonostante stesse vivendo fasi di incertezza e di contraddizione testimoniate dal sofferto pontificato di Paolo VI (1963-’78), rinnovava il messaggio dialogante della “Pacem in terris” di Giovanni XXIII a tutti gli uomini di buona volontà, auspicava l’ingresso delle donne nella vita pubblica, mostrava comprensione per le lotte anticoloniali nel Terzo mondo (tanto che si sviluppò in America Latina la cosiddetta “teologia della liberazione”, seppure non amata dalle gerarchie ecclesiastiche e dallo stesso papa per le sue forti implicazioni politiche), spingeva i fedeli all’azione sociale in favore dei poveri (5).
Il coacervo dei problemi nazionali e internazionali, le contrapposizioni ideologiche della “guerra fredda”, le utopie filosofiche di quegli anni, si riflettevano nelle animate discussioni di piazza e animavano e incoraggiavano alla partecipazione le giovani generazioni già acculturate su cui agivano le forti spinte del movimento studentesco universitario e l’organizzazione sindacale del mondo operaio.

III

Non poteva, il giovane prete, non lasciarsi catturare da queste nuove sfide. Fresco di studi sociologici, e quindi incline a indagare le dinamiche sociali con metodo e rigore scientifico, cominciò la sua attività pastorale con la passione di chi non risparmia il cuore e la mente nella conoscenza della realtà sociale, nel contatto con uomini e donne impegnate nella vita quotidiana, nell’articolato mondo del lavoro, nei gruppi d’interesse. Trovò, per fortuna, in parrocchia, un ambiente stimolante e un fervore di iniziative pronti a raccogliere il suo forte bisogno di fare.
Era appena nato un periodico mensile : “Comunità parrocchiale” che, ben presto, grazie all’intelligenza di Don Luigi Fossati direttore responsabile del giornale e amico e compagno di studi di Don Aldo, si dimostrò capace di coniugare efficacemente l’impegno religioso con l’intelligenza della ricerca attraverso il confronto aperto e onesto sui tanti problemi della città.
In un periodo in cui ( erano i primi anni ’70) Aprilia era priva di centri di aggregazione e di riferimenti socio-culturali, il periodico, con quelle caratteristiche, divenne un solido punto di riferimento per quanti (soprattutto giovani) erano particolarmente sensibili rispetto ad una realtà locale in continua evoluzione e caotiche trasformazioni (grande industrializzazione e abusivismo edilizio sul territorio) ma che rifletteva tensioni e contraddizioni di livello nazionale e mondiale. Si trattava di interpretare questi cambiamenti, dare risposte convincenti e attivare processi positivi per uomini e donne. Il giornale varcò così ben presto la soglia della cerchia parrocchiale e irruppe nello spazio cittadino con la forza delle sue argomentazioni. Don Aldo offriva il suo prezioso contributo di analisi e di proposte, si faceva portavoce, onesto e discreto, delle posizioni di movimenti presenti nella società di Aprilia ed interpretava le speranze di cambiamento che provenivano dalle comunità cristiane di base, dal mondo del lavoro, dal femminismo, dai movimenti degli ambientalisti, attirandosi spesso aspre critiche da settori ecclesiastici e politici più conservatori perché amava la verità più che le gerarchie, perché rispettava le persone più che le ideologie e proponeva, con modestia, un dialogo non pre-confezionato ma nient’affatto neutrale.
Insieme al gruppo di lavoro che presto si formò attirato dai suoi mille progetti e dalla sua enorme disponibilità, si faceva promotore di incontri molto stimolanti con personalità significative del mondo del lavoro e dell’impegno sociale e religioso. Le presenze ad Aprilia di Don Giovanni Franzoni, celebre ex abate di San Paolo fuori le mura e animatore dei movimenti delle comunità di base, di Padre Bartolomeo Sorge, gesuita, portavoce dei settori più avanzati nel dibattito sul ruolo della chiesa nella società, di Guido de Guidi, coordinatore nazionale dei gruppi lavoratori e sensibile interprete dei disagi del mondo operaio e delle richieste di promozione umana nei processi lavorativi, aprivano il cuore e la mente ad una visione meno parziale e più complessiva e comprensiva dei fenomeni in atto negli anni settanta e offriva alla città un respiro più ampio di partecipazione alle speranze per un futuro migliore.
Scorrendo le annate del periodico si resta ancora colpiti dalla varietà delle tematiche affrontate, dalle opinioni le più diverse che venivano ospitate, dalla serietà della indagini raccolte e proposte alla riflessione: il tutto in spirito di servizio sociale e, semplicemente, amore per le persone.
Colpisce, per esempio, per la forza delle argomentazioni, l’onestà e la trasparenza della posizione firmata da Don Aldo e alcuni altri amici della redazione a favore del “no” all’abrogazione della legge sul divorzio, sia per una forte motivazione laica e democratica : “In concreto il divorzio non sarà obbligatorio per nessuno mentre la indissolubilità del matrimonio che si vorrebbe ripristinare- abrogando, togliendo via la legge Baslini-Fortuna- costuisce in ogni caso una imposizione”, sia per una altrettanto forte ispirazione religiosa : “In sede religiosa, i cattolici avranno modo di testimoniare più che mai la bellezza della indissolubilità che deriva non da una legge

dello Stato ma dalla
convinzione che poggia sulla fede nella Bibbia” (Comunità, Aprile ’74). Altri numeri della rivista (si votò nel maggio del 1974) ospitano comunque posizioni anche diverse e critiche nei confronti di un giornale parrocchiale ritenuto forse un po’ “troppo dialogante” su un tema decisivo per gli schieramenti politici che andava ad intaccare ed a smontare vecchi apparati ideologici al fianco dei quali si collocava il vertice della Chiesa.
Soprattutto tra gli anni ’70 e ’80 il periodico è molto attento alla dinamiche economico-industriali sul territorio, all’organizzazione del lavoro e alle attività lavorative in ogni singola industria (molto interessanti sono le “biografie” delle maggiori industrie presenti nell’area) grazie anche al “Gruppo lavoratori” che Don Aldo coordinava e che si riuniva periodicamente per analizzare varie situazioni di crisi in ambito locale e nazionale, per organizzare incontri con esponenti allora molto noti nel campo sindacale e della dissidenza religiosa (il gruppo rappresentava, infatti, l’intero mondo del lavoro e dell’impegno sociale), per produrre documentazioni ed accurati resoconti finanziari sugli interventi statali e le scelte strategiche dei gruppi industriali presenti sul territorio. Si avvertivano, attraverso le dinamiche occupazionali, segnali preoccupanti di crisi nell’assetto industriale dell’intero paese, la dismissione di interi settori dell’economia nazionale, le scelte sbagliate di programmazione economica (6). Né mancava, il giornale, in quegli anni di grandi cambiamenti nel mondo dell’organizzazione scolastica e di ridefinizione dei nuovi saperi, di segnalare l’inadeguatezza delle strutture scolastiche ad Aprilia soprattutto nel settore delle scuole secondarie e di farsi interprete delle dinamiche culturali che emergevano nella società civile individuandone i possibili, positivi sviluppi.
Così, in occasione della prima rassegna regionale di teatro dei gruppi di base e amatoriale del Lazio nel 1980 (febbraio-Aprile) “Comunità parrocchiale” seppe immediatamente cogliere la ricchezza culturale dell’iniziativa e accompagnò i vari eventi con grande sensibilità e, quando alla quinta edizione si esaurì l’esperienza che portava ad Aprilia interessanti gruppi teatrali di Rieti, Viterbo, Ostia, Latina, Cassino rendendo la città viva e aperta al sociale seppure per qualche mese ogni anno, denunciò con coraggio il colpevole disimpegno dell’amministrazione comunale.
Tutta l’annata 1986 è straordinaria. Dedicata al cinquantenario della fondazione di Aprilia, ne racconta la storia con il corredo dei bellissimi disegni di Franco Mandolesi. Il numero di settembre è interamente dedicato alla visita del papa Giovanni Paolo II (14 settembre).
Non era dunque un periodico chiuso nel recinto parrocchiale né privo di posizioni coraggiose che sconfinavano spesso sul terreno del dibattito politico. L’intervento su alcune spinose tematiche provocavano un qualche sconcerto nelle sedi istituzionali sia laiche che religiose. La redazione con il Direttore in testa, Don Luigi Fossati, non potevano ormai ignorare di rappresentare la coscienza critica della società apriliana e il centro di riferimento di persone di diversa sensibilità ma uniti dalla speranza di lavorare per una città più matura e responsabile.
Don Aldo soprattutto, che collaborava alla linea del giornale con molta discrezione (a causa del suo carattere schivo, e nient’affatto per opportunismo) ma che tutti ritenevano l’ispiratore di alcune posizioni “a rischio”, divenne così un prete scomodo. Non amava affatto la politica né i politici e consigliava i suoi amici di mantenere le distanze dal Palazzo, preferiva la radicalità dell’impegno nella società senza mediazioni e senza utili personali; “troppo lontana la politica dai bisogni della gente”, usava dire.
La sua presenza in parrocchia appariva anche più preoccupante a causa delle sue incomprese, facili frequentazioni con giovani di ogni orientamento politico che sembrava preferire alle più ovvie “pratiche pastorali”. Tra l’altro, celebrava messa raramente e solo in presenza di poche persone a causa, dicono i testimoni e compagni di strada, di un’estrema riservatezza che gli procurava anche evidenti stati di malessere a contatto con la folla di fedeli. Credo che si possa dire però che il suo apparente disimpegno parrocchiale era una forma di rifiuto nei confronti di una religiosità vissuta spesso in modo rituale e privatistico.
Anche per questo non tutti in parrocchia mostravano di apprezzare il suo lavoro. Incontrava invece la saggia, anche se discreta, comprensione di Mons. Dante Bernini, vescovo di Albano dal 1982 (fu però aspramente criticato dalla curia perché aveva, in un’occasione, celebrato messa senza indossare i paramenti sacri), e l’aiuto fraterno e l’incoraggiamento di Don Luigi Fossati direttore responsabile del periodico, autore dei bellissimi editoriali e neanche lui risparmiato dalle critiche dei “benpensanti” e dai potenti della città. I giovani però si lasciavano catturare dall’ambiente così stimolante della parrocchia dove era possibile riempire utilmente le giornata magari solo prestandosi ad impaginare e a correggere bozze lavorando al mitico mackintosh di Don Aldo. Lui non si negava mai, sempre disposto soprattutto ad ascoltare ; o partecipare a una di quelle serate in cui si discuteva di lavoro e di scuola con il gruppo lavoratori e si preparava il nuovo numero del periodico ; o ancora fare “quattro chiacchiere” con Don Luigi Fossati, mai inutili, mai scontate. E senza nessuna pregiudiziale ideologica.

Mi piace sottolineare quanto scrissero su “Comunità”, all’indomani della scomparsa (1 settembre 1990) alcuni di questi giovani, vicini a Don Aldo e partecipi dei suoi mille progetti. Non sono parole di circostanza. Tracciano il profilo umano di un uomo straordinariamente attivo dietro un atteggiamento schivo, apparentemente innocuo, restio ad apparire.
“Certo che insegnare a degli uomini ad essere attenti osservatori della realtà che li circonda, a essere sempre osservatori critici, a scegliere il povero, il giusto e a non mettersi dalla parte del Potere, a saper fare delle scelte di vita e non di moda, non è facile. Insegnare a non essere passivi di fronte alla vita, a non subirla, ma ad amarla al punto tale da voler cambiare le cose che non vanno, ad essere uomini protagonisti del proprio futuro attraverso il protagonismo del mutamento sociale fatto in direzione dei bisogni dei più poveri, non è semplice. Ma Don Aldo ha sempre avuto per questo grosse doti personali, non ha mai imposto le sue idee agli altri, anzi è cresciuto insieme ad altri uomini per rendere concrete ed attuali le idee di amore e di giustizia che i vangeli ci trasmettono”, scrive Rosario Grasso, molto attivo nel “Gruppo lavoratori” e operaio, oggi sociologo, folgorato dalla frequentazione di “...questo prete che a scuola sembrava parlare di tutto tranne che di religione ( fu professore di religione, nei primi anni settanta, all’Istituto professionale ). E ancora : “Se dovessi scegliere una tra le tante cose che il rapporto con Aldo mi ha donato, sceglierei non tanto fra quelle che riguardano le sue capacità professionali (di sociologo, di analista, di sacerdote), ma piuttosto il grande rispetto che mi ha insegnato per le persone e per le loro storie, troppo spesso ritenute sciocche e prive di reale importanza”, scrive Pasquale Auteri, ingegnere, stretto collaboratore di Don Aldo e amico.
“Ci ha lasciato tutti sgomenti la scomparsa di questo sacerdote dai capelli lunghi, gli occhi azzurri dietro le spesse lenti, la voce sommessa che diventava un bisbiglio quando s’era in più di due ad ascoltarlo. Un pudore, una timidezza inusuale in un’epoca in cui si sgomita per esserci, e in prima fila, anche quando non si ha nulla da dare”, ricorda Arturo Castrillo, allora militante in una formazione politica di estrema sinistra (Democrazia proletaria), oggi segretario dei verdi della Regione Lazio.
Sono solo alcune testimonianze, certo nell’emozione della improvvisa perdita, ma che oggi tutti ancora sottoscrivono e argomentano con rinnovata convinzione, che dimostrano quanto tra i giovani Don Aldo era amato, uomo semplice prima che prete, ma capace di far incontrare persone di diverso orientamento e realizzare il “miracolo” del dialogo costruttivo sul che fare.
Tutti coloro che ho potuto sentire sono concordi nel dire che gli anni di lavoro con Don Aldo, la sua presenza al centro di Aprilia (la parrocchia di San Michele) sono stati “entusiasmanti”. “La sua curiosità intellettuale (decine e decine di abbonamento a riviste, a rassegnestampa, a pubblicazioni periodiche) prima o poi si travasava senza ombra di saccenteria nelle persone con cui dialogava” (Don Luigi Fossati).

IV

Via via che maturava la conoscenza dei problemi della città, mentre si indeboliva la spinta propulsiva della industrializzazione i cui effetti già mortificavano migliaia di operai che si vedevano costretti alla disoccupazione o a lottare per il posto di lavoro e si guardava con apprensione al futuro delle giovani generazioni (dal 1984, anno della fine degli interventi pubblici, al 1987 la disoccupazione giovanile aumenta ma aumenta anche l’immigrazione per effetto di trascinamento) in assenza di risposte politiche adeguate, si faceva sempre più pressante l’esigenza di realizzare finalmente uno strumento organico di consultazione e di riflessione sull’intero territorio che servisse intanto a riannodare i fili della memoria e cogliere così più profondamente i processi in atto, ma anche a ristabilire quel prezioso contatto tra vecchie e nuove generazioni che solo può dare significato e consapevolezza ad ogni possibile azione di rinnovamento ed evitare soluzioni approssimative e fatui e incoerenti modernismi.
Nacque così, nel 1986, il progetto di un’opera documentata e aggiornata sulla storia di Aprilia, rigorosa e completa, scientifica ; strumento di conoscenza per studenti ,operatori sociali, culturali, politici e tecnici ma anche con la pretesa di un “recupero sul piano antropologico dei valori socio-culturali che..... siano in grado di fornire utili indicazioni nella ricerca di un nuovo sistema di insediamento urbano in vista di una nuova qualità della vita dei cittadini di Aprilia.
Per capire e per agire.” Articolato in tre volumi, “Aprilia : il borgo, la città” , si avvale di un gruppo di ricerca già vicino a Don Aldo nella redazione di “Comunità parrocchiale”, fotografa fedelmente la città e il territorio sin dalla sua nascita, ne individua i passaggi economici fondamentali, indaga la vita sociale e culturale degli abitanti non senza soffermarsi attentamente sui flussi immigratori nel tempo e infine apre dichiaratamente un ponte per il futuro.
I suoi studi di sociologia alla Gregoriana tra il 1967 e il 1971 infatti gli hanno fornito strumenti adeguati di lettura della realtà che ora può finalmente utilizzare appieno, il lavoro con i “gruppi” e con “Comunità parrocchiale” lo hanno messo a stretto contatto con situazioni vere, con i mille problemi e contraddizioni della società apriliana. Le doti naturali di capacità organizzative che tutti gli riconoscevano potevano finalmente dispiegarsi nella raccolta, nella organizzazione e nell’interpretazione dei dati.
Don Aldo, per questo lavoro, non risparmia le forze, orienta e impegna i suoi collaboratori nel reperimento dei dati statistici, analizza grafici e tabelle, elabora, raccoglie e commenta una quantità enorme di questionari, individua e definisce con sapienza e professionalità, nonostante l’aggravarsi delle sue condizioni di salute, l’organicità e la coerenza dell’intero progetto. Prima del ricovero in ospedale si affretta a chiudere l’opera scrivendo con una grafia “minuta, contorta e sofferta” (come dicono sul risvolto di copertina i collaboratori) le ultime sue considerazioni.

“....durante la permanenza in ospedale, pur gradatamente consapevole della irreversibilità della malattia, non aveva altra aspirazione che tornare quanto prima ad Aprilia, magari per pochi giorni, piuttosto che recarsi al suo paese di origine, per “finire” il terzo volume della progettata opera.
Quel terzo volume avrebbe dato sistematica e definitiva conclusione ad un lavoro scientificamente condotto e intensamente sentito, avrebbe costituito un gesto di affetto per Aprilia, per il suo passato, per il suo presente e soprattutto per il suo futuro.” Mons. Dante Bernini, vescovo di Albano.
Il terzo e ultimo volume può essere pubblicato, a cura del gruppo di ricerca, nel 1991, a un anno della sua morte.
Scrive il Generale Calogero Rinaldi, commentando l’improvvisa scomparsa di Don Aldo : “La nostra città è stata doppiamente privata e provata. Ha perso la presenza intelligente, discreta, fattiva di un prete che non solo si era inserito nel tessuto cittadino, ma di questo tessuto aveva preso a tesserne le trame con abilità e maestria”.

Si interrompe purtroppo bruscamente un’esperienza di lavoro e di passione che molti in città oggi ricordano come unica ed irripetibile che poteva forse avere sviluppi positivi nel tempo e indicare percorsi nuovi, anche politici, per la formazione di una coscienza civile attenta, sensibile e preparata a gestire il patrimonio socio-economico del territorio e guidare le sue trasformazioni.
Nel 1996 anche “Comunità parrocchiale” sospende le sue pubblicazioni.
La parrocchia di San Michele, troppo sovraccaricata, dice qualcuno, di iniziative e compiti avulsi dal suo ruolo, con la morte prematura di Don Aldo e con l’allontanamento del parroco e direttore della rivista Don Luigi Fossati, è stata “normalizzata”. (7)
Don Luigi, già parroco di San Giacomo, periferia di Nettuno, ha vissuto dal 1996 in un caseggiato con annessa Chiesa ricavata da locali costruiti per altri usi dove ha continuato a svolgere con dignità e umiltà la sua opera pastorale. Non si può dire che abbia avuto fortuna. E’ scomparso il 19 Gennaio 2012 a 73 anni.
Uomo colto e appassionato, ricordava gli anni vissuti ad Aprilia con evidente commozione, prima vice dal ’70 all’83 e poi parroco fino al ’96, al fianco di un amico e confratello, Don Aldo, con cui condivideva l’amore per la verità, l’ansia di cercare e interpretare nuove esperienze di fede anche oltre le forme tradizionali, soffrendo insieme per le incomprensioni e le resistenze di parte della Curia e di taluni ambienti politici rispetto ad alcune loro posizioni su temi allora molto conflittuali (mi raccontava, per esempio, di tentativi di censurare la libera discussione sulla questione relativa al referendum sul divorzio dell’anno 1974).(8)
Non sarebbe male che soprattutto da parte di coloro che lo hanno conosciuto, apprezzato e partecipato al suo lavoro (e che hanno promesso nel momento del commiato di continuare, vedi “Comunità” Novembre 1990) si faccia ogni sforzo affinchè venga ripreso il cammino interrotto e venga intanto ricostituito il “Centro studi e ricerche” intitolato a Don Aldo Bellio.
Sarebbe opportuno che finalmente l’incredibile quantità di volumi di filosofia, sociologia e argomenti di interesse religioso e di periodici molto diffusi negli anni ’70 e ’80 ( riviste di analisi sociale, di tematiche conciliari, di impegno civile) che Don Aldo ha lasciato (era infatti lettore infaticabile) abbiano una definitiva catalogazione e possano essere messi a disposizione dei cittadini magari presso la biblioteca comunale creando una sezione a suo nome.
Sarebbe auspicabile che anche gli amministratori finalmente assolvano a un debito di riconoscenza verso un cittadino che ha speso i suoi anni migliori in spirito di servizio verso la comunità, nelle forme che anche i laici sanno apprezzare perché Don Aldo, uomo di fede e appassionato ricercatore della verità, appartiene all’intera città. Una città, ricordo, che ha uno stradario, un’odonomastica del centro storico, inutilmente ispirato all’ambito botanico (con tutto il rispetto) simile a quelle incredibili e polverose periferie delle grandi città che hanno esaurito la scorta dei cittadini eminenti. Tanto più che ai meli, ai peri, alle margherite, alle rose, alle palme non corrisponde, appunto, una realtà adeguata di arredo urbanistico.

Don Aldo Bellio riposa nella sua Silea (Treviso), ma vive ancora ad Aprilia, nei cuori e nelle menti di quanti (tanti !) lo hanno conosciuto ai quali certamente è capitato e capiterà di raccontare ai giovani di aver conosciuto un uomo straordinario, un prete “giusto” della parrocchia di San Michele, che sapeva soprattutto ascoltare e dedicarti tutto il tempo necessario per cercare insieme la soluzione dei problemi, che non amava le etichette, ti faceva sentire importante e rispettava le tue idee, anzi ti aiutava a comprenderle e a definirle, che ti sorrideva “con quegli occhi azzurri pieni di dolcezza” e insieme ti trasmetteva la voglia di agire, che soprattutto aveva in mente mille progetti per il futuro della città di Aprilia e che ad almeno uno di questi non potevi dire di no.

V

Il prof. Antonio Parisella, docente di Storia contemporanea all’Università di Parma e, tra l’altro, attento studioso della trasformazione rurale-urbana dell’Italia, ha dedicato analisi significative ai problemi dell’industrializzazione nelle province meridionali del Lazio (Frosinone e latina) soffermandosi in particolar modo sulle ragioni della mancata incidenza e permanenza sul territorio di sensibilità culturali in sinergia con le profonde trasformazioni economiche succedutesi.
(Annali del Lazio meridionale, Anno II - N. 2 - Novembre 2002)
Egli fotografa perfettamente, pur in una cornice più complessiva e generale (ma non generica), la situazione verificatasi sul territorio di Aprilia dal secondo dopoguerra in avanti soprattutto nell’individuazione delle ragioni dell’arretratezza culturale in un quadro complessivo di sviluppo (in termini aridi di fatturato, di reddito e possesso di beni che non sempre hanno a che fare con il progresso) :
l’atteggiamento “consumistico” dei titolari d’azienda tendente al maggior profitto possibile nel più breve tempo possibile e in presenza di circostanze storiche favorevoli (l’intervento dello Stato); l’oggettiva debolezza di settori produttivi corrispondenti a specializzazioni locali che non hanno saputo rinnovarsi, diciamo anche, non solo per incapacità imprenditoriali ;
l’impreparazione delle amministrazioni locali che non sono state capaci di creare e favorire “richiami e stimoli di natura anche non economica” per frenare l’emorragia costante di risorse
intellettuali né, in generale, di governare positivamente i processi (ma i tempi della politica povera, come si sa, hanno il passo breve).
Il Prof. Parisella cita giustamente come esempio di incuria amministrativa, nel caso di Aprilia, lo strangolamento di una iniziativa che poteva offrire buone opportunità culturali : la “Rassegna regionale di teatro dei gruppi di base e amatoriale del Lazio”. Fu, in effetti una splendida iniziativa tra le tante nate dalla fervida attività del Gruppo Teatro Finestra che a partire dal 1976 (anno di nascita) si è fatto promotore culturale su tutto il territorio, nelle scuole e nelle fabbriche, interpretando il bisogno di cultura e di tempo libero dei cittadini, di spazi e strutture adeguati.
La rassegna, che voleva essere anche un incontro tra le realtà economiche e sociali locali dell’intera regione e coinvolgeva la città in un positivo riscontro sulla propria identità (teatro “politico”), si trascinò a fatica per cinque anni (’80 - ’84) potendo contare esclusivamente sullo spirito di dedizione del gruppo organizzatore. Non bastarono i numerosi pubblici appelli alle autorità locali perché salvassero una manifestazione che molti in città avevano cominciato ad amare ed apprezzare e che aveva capitalizzato significativi riconoscimenti anche oltre i confini regionali.

Questa, credo, è solo una di quelle occasioni mancate di cui è disseminato il breve ma intenso percorso di storia della città di Aprilia. Le “occasioni mancate” sono, del resto, eventi a pieno titolo ascrivibili all’intero sviluppo socio-economico, che vanno analizzate e interpretate per ricavarne il massimo della comprensione possibile della realtà presente.
La società di Aprilia non ha avuto il vantaggio di poter contare su un forte e determinante “ceto medio riflessivo” ben radicato sul territorio, in grado di definire utilmente il proprio rapporto con la realtà locale ed elaborare una cultura di indirizzo dei vari mutamenti e trasformazioni in itinere. E questo per due ragioni complementari : il ruolo obbiettivamente fagocitante che ha da sempre rappresentato la metropoli (Roma), il diffuso senso di provvisorietà sociale avvertito da una grande parte della immigrazione post-bellica. Aprilia è la città sì che accoglie e dà lavoro ma non per virtù intrinseca, è il luogo dove si possiede una casa ma non per ragioni estetico-ambientali. Può forse stimolare la voglia di agire ma non costringe a condividere le responsabilità delle sue contraddizioni e dei suoi problemi irrisolti. Per questo Aprilia è tanto debole di capacità politica autonoma per assenza di “socialità consapevole” da non riuscire ad esprimersi nelle sedi istituzionali né della Provincia né della Regione pur rappresentando un importante serbatoio di voti per i partiti. Il riciclaggio di vecchi uomini politici al governo della città, la crisi delle formazioni politiche tradizionali e l’assoluta mancanza di seri progetti alternativi dimostrano in maniera incontrovertibile l’intrinseca debolezza della struttura sociale.
E’ mancato ad Aprilia più che altrove quel “capitale sociale” che il sociologo Arnaldo Bagnasco, in un suo libro recente, ritiene necessario per far funzionare il sistema produttivo (9).
“Capitale sociale” è cultura civica della popolazione, formazione scolastica adeguata, consuetudine alla cooperazione tra attori economici e sociali diversi, strumenti relazionali e istituzionali messi in atto dalle amministrazioni locali, etica del lavoro artigianale, buona qualità dei servizi sociali ; tutti questi elementi hanno determinato nel passato la fortuna non solo economica delle aree italiane più avanzate (il vecchio triangolo industriale, il modello sociale e produttivo del nord-est, i distretti industriali emiliani e toscani) e oggi, per incapacità di rinnovarsi, la crisi, il “male oscuro” di cui soffre l’intera economia italiana.

Una “cultura della contemporaneità”, come definisce Parisella, credo, la riflessione sul presente al fine di individuare possibili linee di tendenza attraverso l’analisi e non i desideri, (è un’attività sicuramente rischiosa ma necessaria) evitando di attardarsi ad interrogare il passato, per dare risposte “dirette”, non è stata certo al centro dell’interesse di molti (amministratori ed operatori) né ha impegnato di certo la società civile in modo continuativo e sta a dimostrarlo, del resto, l’estrema frammentarietà delle analisi sulle dinamiche socio-economiche, ieri come oggi, in genere asettiche e prive di ricadute sul piano politico o semplicemente operativo.
Eppure non si può negare, appunto, che le occasioni per invertire il corso degli eventi non sono mancate. Proprio negli anni ’70, e in ragione di profondi mutamenti socio-economici, fu, è vero, dal versante religioso in tutte le sue articolazioni che abbiamo una maggiore sensibilità verso i problemi relativi alla qualità della vita e alla dignità della persona e un’attenzione speciale verso il fenomeno della industrializzazione e il mondo operaio. La quantità di esperienze editoriali di ispirazione religiosa è impressionante e trova illuminanti esempi su scala locale (il prof. Parisella cita il periodico della diocesi di Latina “Chiesa pontina”).
Significativo appare, per quanto riguarda Aprilia, il periodico “Comunità parrocchiale” che per almeno 25 anni ha rappresentato, pur nella disorganicità delle proposte (naturale per una pubblicazione periodica), una fonte di informazione, di analisi e di dibattito e ha tradotto le aride cifre delle Associazioni di categoria, delle organizzazioni sindacali o dei documenti amministrativi e legislativi in chiare riflessioni sulla incidenza di queste nella vita quotidiana del cittadino.

“Il lavoro del gruppo di redazione era molto intenso”, racconta il Dott. Rosario Grasso, tra i più attivi collaboratori del periodico, “Don Aldo Bellio pretendeva assolutamente che ogni intervento fosse preceduto da una preparazione collettiva, da una discussione sul materiale documentaristico, dalla lettura pubblica dell’articolo affinchè questo potesse raggiungere tutti attraverso la maggiore trasparenza e semplicità possibile delle argomentazioni”.
Grande lezione di giornalismo e onestà intellettuale, ma anche la piena convinzione della necessità di un progetto ben articolato ed organico di conoscenza e di proposte per la città che Don Aldo intendeva promuovere nel cuore della comunità apriliana e che ben presto riuscì a catturare l’interesse e la partecipazione di un gruppo numeroso di operatori e collaboratori. La passione civile condivisa fu il motivo ispiratore dei tre volumi che egli ha curato con appassionata e febbrile dedizione : Aprilia, il borgo-la città.
“Aprilia attraversa un momento delicatissimo della sua vicenda. Dopo un periodo di espansione disordinata e tumultuosa essa può diventare veramente Città con un grande, e possibile, salto di qualità oppure rimanere un agglomerato informe costituito da tanti brandelli di edilizia indifferenziata senza un vero tessuto urbano e senza una struttura ben definita. Infatti il superamento dei caratteri originari (centro urbano a servizio di un sistema esteso di insediamenti agricoli) e di quelli acquisiti nel periodo più recente (centro industriale caratterizzato dalla carenza di servizi urbani di livello superiore e di attività terziarie qualificate) impone la scelta di indirizzi e di criteri programmatici adeguati...... La gente cioè deve cominciare a dire : “ Non sto qui per lavorare ma sto qui per abitare, per vivere, per crescere umanamente anche lavorando ma non soprattutto lavorando”..... La Città deve diventare una città residenziale. Occorre far nascere nelle persone un po’ di amore per la propria città che diventi realmente città a misura d’uomo”. Da “Aprilia : il borgo, la città”. II vol. pag.118). Una breve ma ricca parentesi di sensibilità sociale condivisa e vissuta operativamente da cui potevano scaturire forze capaci di imprimere svolte significative per il futuro.
Aprilia ha pagato un prezzo molto alto, in termini di organizzazione sociale e di riconoscimento identitario, alla sua invidiabile posizione geografica, alla convulsa crescita demografica.
Dotata infatti di ottimi collegamenti viari e ferroviari, la città, che oggi conta quasi 70.000 abitanti ed ha ancora una percentuale di crescita demografica la più alta della intera provincia di Latina (dati Istat 2003) non più per ragioni di lavoro ma per il relativo basso costo delle abitazioni rispetto a Roma, è considerata un grande serbatoio di voti per i partiti, territorio logisticamente positivo nelle imprese della distribuzione, oggi più che mai proficuo investimento nel mercato dell’edilizia abitativa, immediatamente confinante e ancora recettivo per il sistema metropolitano.

E’ necessario, dunque, continuare il lavoro interrotto nel ’90 e seguire con gli stessi strumenti e con lo stesso spirito quanto è rimasto del tessuto industriale tradizionale in un territorio così ora visibilmente segnato da ruderi e capannoni dismessi e insieme quali strategie produttive sono in atto e in quali settori; come il lento processo di trasformazione dell’economia verso la terziarizzazione (terziario avanzato, commercio e artigianato) incide sulla realtà occupazionale e l’evoluzione del mercato del lavoro; quali letture sono possibili sui nuovi dati d’immigrazione, soprattutto extracomunitaria (penso al potere attrattivo del mercato delle abitazioni e del lavoro del settore agricolo sopravvissuto e trasformatosi secondo esigenze di nuova e integrata produttività) ; e così ancora, quale riorganizzazione urbanistica è auspicabile per una città che gravita comunque nell’area metropolitana romana ma che ha bisogno, per definirsi, di offrire ai suoi cittadini servizi multifunzionali e decentrati adeguati ad una qualità della vita nella totalità delle sue manifestazioni
( lavoro, assistenza, cultura e tempo libero, scuola ecc.).
Aprilia ha bisogno di un di più di amministrazione proprio per la riconosciuta frammentarietà sociale. Un’amministrazione che non può limitarsi a governare l’esistente ma che deva farsi organo propulsivo, centro di proposte e interprete delle diffuse esigenze dei cittadini soprattutto oggi che la città vive ancora una profonda ennesima trasformazione del suo territorio : la costruzione di enormi centri commerciali con annesse strutture viarie e indotti che tendono a cambiare abitudini, relazioni umane, mercato del lavoro. Ripercussioni socio-economiche che andrebbero documentate e conosciute perché una comunità possa reagire con efficacia senza dover assistere impotente alla crisi irreversibile dell’impianto produttivo e distributivo tradizionale e senza dover cedere ulteriormente a un mercato del lavoro precario, a basso costo e semplicemente di manovalanza.
La fiera città contadina, la moderna e vivace città operaia sarà ridotta ben presto a un immenso serbatoio di mano d’opera a basso costo e territorio totalmente nelle mani della grande distribuzione al dettaglio.
Tutti questi nuovi problemi richiedono nuove analisi e risposte urgenti per provare ad invertire la rotta e non dover assistere al completo abbandono della città allo spontaneismo e a fenomeni frequenti di disgregazione e di immiserimento dell’esperienza umana. Interrogano tutti : politici, religiosi, operatori culturali, imprenditori, semplici cittadini che avvertono il disagio di vivere in una città che sembra ormai avere il segno e il destino della grande e disumana periferia urbana.
Don Aldo ha saputo dare voce e operatività ai diversi bisogni di socialità e di progettualità. Ricordiamolo così, cittadino impegnato a ritagliare spazi di vita sociale dove far crescere responsabilità civile e partecipazione nel rispetto della dignità umana, anche degli ultimi, che è poi la cifra della vera dimensione spirituale.

Ringrazio Rosario Grasso, Pasquale Auteri, Adriana Rotili, Arturo Castrillo che mi hanno
offerto contributi di riflessione innumerevoli e che solo in parte ho utilizzato per regioni di spazio.
Sono alcuni dei giovani di allora che ancora oggi ricordano con grande emozione un’esperienza forte e coinvolgente che li ha profondamente segnati e a cui devono il loro attuale impegno nel sociale. In particolare a Don Luigi Fossati, parroco di San Giacomo di Nettuno, va il mio ringraziamento. Egli custodisce con passione immutata il ricordo di quegli anni passati ad Aprilia ma soprattutto della fraterna amicizia con Don Aldo con cui ha condiviso interamente, anche da parroco, il difficile ma intenso percorso di uomo di fede e di impegno civile.
Un grazie infine a tanti cittadini di Aprilia che, consegnandomi preziose testimonianze sulla figura di Don Aldo, mi hanno insegnato che ciò che vale per sempre si conserva vivo nel cuore degli uomini ed entra a buon diritto a far parte della Storia anche contro la deriva e la debolezza della memoria.

Note ed integrazioni.

Nota n.1- Nata nel 1950 con la legge 646, la Cassa del mezzogiorno (che comprendeva anche le Province di Frosinone e Latina), definiva ulteriormente più precise normative d’intervento con le leggi 634 del ’57, 853 del ’71, 183 del ’76.
Nel decennio 1951-’60 sono 28 gli stabilimenti in funzione, nel ‘61-’70 sono ’56, nel ‘71-’80 sono 38. Si tratta di complessi industriali come la Simmenthal, l’Enotria, la Zenit, Vallelata, Scherer, Farmaceutici Gellini negli anni cinquanta, Recordati, Vianini, Buitoni, Yale, Massey Ferguson, Angelini negli anni sessanta. Poche le aziende ad origine locale.
Per il maggior numero di industrie operanti nella sua area, comunque, Aprilia, negli anni settanta, ha già conquistato un ruolo egemone nella Provincia di Latina ed è già diventata un polo industriale di tutto rispetto sul territorio nazionale.

Nota n.2 - La pergamena, inserita nel blocco di pietra di travertino collocato sotto la torre civica all’atto della fondazione di Aprilia (25 Aprile 1936), recava questo testo :
Regnando Vittorio Emanuele III - Duce Benito Mussolini - il 25 Aprile dell’anno XIV E.F. CLX dell’assedio economico - mentre si compie contro l’ostilità di stati potenti o imbelli - il destino imperiale di Roma - il condottiero dell’Italia Fascista - rinnovando il simbolico rito, il gesto di Romolo - traccia il solco di Aprilia - quarta tappa da lui assegnata all’opera nazionale - nella redenzione dell’Agro - i reduci di Vittorio Veneto e le generazioni guerriere del Littorio - che dal monito dettato dal capo - E’ l’aratro che traccia il solco ma è la spada che lo difende - sanno trarre incitamento a credere obbedire combattere e se occorre morire - vedono in questo segno inconfondibile la potenza della Patria - che dalle conquiste del lavoro e dal trionfo delle armi - portate in terra d’Africa dai nuovi legionari di Roma - attinge l’esaltazione della gloria presente - e la certezza di quella avvenire.

Nota n.3 - Tavole di confronto (Aprilia alla nascita, Aprilia oggi)
Il processo autodistruttivo si compie. Nel ’70 viene demolito il Palazzo comunale, nel ’72 la Casa del Fascio, nel ’79 il Palazzo del GIL: una furia iconoclasta irrispettosa della storia della città e ottusamente antifascista. Viene costruito il Municipio e quella piazza così incomprensibile, incoerente e deturpante.

Nota n.4 - In proposito, soprattutto in riferimento alle trasformazioni culturali e alla penetrazione nella vita sociale del fenomeno del consumismo, utili alla lettura sono ancora i testi :
E. Hobsbawm, “Il secolo breve 1914-1991”, Rizzoli, Milano 1995 ; P. Villari, “Trasformazioni delle società rurali nei paesi dell’Europa occidentale e mediterranea”, Guida, Napoli 1986 ; G. Grainz, “Padania. Il mondo dei braccianti dall’Ottocento alla fuga dalle campagne”, Donzelli, Roma 1994 ; T. Tentori, “La cultura”, in Italia rurale (a cura di C. Barberis e G. Dell’Angelo), Laterza, Roma-Bari 1988.

Nota n.5 - Le encicliche “rerum novarum” (1891) di Leone XIII, “Quadragesimo anno” (1931) di Pio XI, “Octogesima adveniens” (1971) di Paolo VI, “Laborem exercens” (1981) di Giovanni Paolo II costituiscono le punte più elevate dell’insegnamento cattolico su quella che dalla tradizione viene ormai definita la “questione sociale”.
Albino Lucani, bellunese, vescovo di Vittorio Veneto dal ’58 certamente influenzò la preparazione di Don Aldo Bellio. Nel ’69 divenne Patriarca di Venezia. Creato cardinale nel ’74, fu eletto Papa nel ’78 con il nome di Giovanni Paolo I. Grande figura di uomo semplice avulso dalle pratiche burocratiche della curia vaticana, morì in circostanze non ben chiare dopo 34 giorni di pontificato (tra l’agosto e il settembre dello stesso anno). Seguì Giovanni Paolo II.
Anche per l’impulso del Concilio Vaticano II, così attento al tema della giustizia sociale nei rapporti tra gli uomini e tra i paesi ricchi e quelli poveri, questi documenti, pur con le loro differenze, costituivano, tra le comunità ecclesiali più vivaci, occasione di meditazione e un incitamento ad osare, ad assumere con coraggio iniziative, ad intraprendere azioni tendenti a cambiare lo stato attuale delle cose. Non mancano, per la verità, nei discorsi post-conciliari di Paolo VI, la preoccupazione di portare avanti con prudenza le direttive del Concilio e di chiudere, per così dire,
“il circuito rivoluzionario”che esso aveva innescato in Europa e nel mondo. Si veda in proposito il libro di Guido Verucci, La Chiesa nella società contemporanea, Laterza, Bari, 1988

Nota n. 6 - Luciano Gallino, La scomparsa dell’Italia industriale, ed. Einaudi. Professore emerito di Sociologia nell’Università di Torino e studioso dei fenomeni occupazionali, l’autore, in questo libretto spesso citato, ha descritto con disarmante semplicità la progressiva crisi dei settori produttivi nazionali dagli anni ’80 in avanti sia per impreparazione e incompetenza di larghi strati di top manager italiani sia per una dissennata politica industriale di una classe dirigente miope. La fine di un patrimonio industriale di tutto rispetto, dall’elettronica (Olivetti) alla chimica (Montedison) all’aeronautica civile (Alitalia) all’automobile (Fiat), non può non avere un’esito disastroso:diventare una “colonia industriale” dipendente dalle scelte decisionali e strategiche che avvengono in paesi stranieri, quindi non più controllabili, con evidenti drammatiche conseguenze sul mercato del lavoro, dei salari e dei consumi innanzitutto. Il quadro complessivo nazionale è particolarmente interessante per identificare la matrice originaria che ha prodotto così importanti trasformazioni nel territorio socio-economico di Aprilia, particolarmente sensibile alle dinamiche industriali essendo stato inserito nei piani di intervento straordinario (Cassa del Mezzogiorno). Ciò vale anche a parziale giustificazione della classe politica locale che non poteva certo dominare fenomeni compessi di politica industriale di portata nazionale.

Nota n.7 - Don Luigi Fossati ci ha lasciato il 18 Gennaio 2012. Nel 2010 ha fortemente voluto un convegno in ricordo di Don Aldo Bellio a dieci anni dalla sua scomparsa e con entusiasmo ha condiviso l’idea di costituire un “Centro culturale” a lui dedicato. E’ stata la sua ultima utopia.

Nota n.8 - Prof. Filippo Fasano. Estratti da intervista a Don Luigi Fossati. 2011

Nota n.9 - Arnaldo Bagnasco, Società fuori squadra, ed. Il Mulino. L’autore è uno studioso torinese noto per i suoi lavori sulla cosiddetta “terza Italia”, cioè di quella parte del paese caratterizzata per il pulviscolo di piccole e medie imprese, specializzate in alcuni settori (meccanica di precisione, abbigliamento, conceria, tessitura, calzature, arredamento), che sono riuscite a ritagliarsi una soddisfacente nicchia di mercato nazionale e internazionale. Elemento di base della “terza Italia” è la presenza di un “capitale sociale” (intelligenza amministrativa, sistema formativo adeguato, servizi sociali, infrastrutture) è riuscito a far funzionare nel passato questo modello sociale e produttivo e che adesso è incapace di riprodursi e di adeguarsi alle nuove sfide. Il concetto, appunto, di “Capitale sociale” alquanto controverso e dibattuto, è usato inizialmente dalla scuola sociologica anglosassone negli anni sessanta ma ha avuto una formulazione teorica dal francese Pierre Bourdieu per indicare quell’insieme di conoscenze , relazioni, acculturazione che i singoli usano, plasmano accumulandone di nuove nel loro vivere in società.
Sono interessanti, mutatis mutandis, le analogie e i richiami, anche se indiretti, alla situazione locale che ho esposto.

Recensione.
AA.VV. Aprilia : il borgo, la città (3 voll.) Edizioni “Comunità” Aprilia, 1991.

Sarebbero da distribuire almeno nelle scuole i tre volumi che compongono l’opera : Aprilia : il borgo, la città e che invece giacciono nei locali della parrocchia di San Michele, sconosciuti ai più.
Il parroco ne fa gentile dono a chi cortesemente glieli chiede. Eppure, per chi vuole conoscere un
buon tratto della storia di Aprilia, quello più arduo e decisivo, essi costituiscono una fonte irrinunciabile.
I tre volumi che costituiscono l’opera “Aprilia : il borgo, la città” hanno semplicemente, per parafrasare un presupposto economico che introduce all’analisi del “Capitale” di Marx, un “valore d’uso” di altissima qualità pur essendo in essi presente una quantità enorme e impagabile di “tempo di lavoro coagulato”.
Pubblicato con il contributo della Banca Popolare di Aprilia, l’opera è stata infatti distribuita gratuitamente ed è il risultato di un lungo e impegnativo lavoro collettaneo (1986-1991) ideato ed organizzato da Don Aldo Bellio, prete della parrocchia di San Michele ad Aprilia, figura di spicco della conunità parrocchiale negli anni ‘70-’90 ma senza un preciso incarico pastorale né visibilità pubblica. Il perché di tanta fatica è semplice, come è semplice, in fondo, l’etica del “dono” : offrire alla città uno strumento di analisi sociale non frammentario per cominciare a pensare seriamente e finalmente al proprio futuro.
L’opera nacque dunque in un periodo particolarmente significativo e cruciale per la città (la fine degli anni ottanta) quando già cominciava a declinare la spinta propulsiva della grande industrializzazione iniziata negli anni cinquanta grazie alla legge 646/1950 che istituiva la Cassa del Mezzogiorno, anche per le Province di Latina e Frosinone, ma nel contempo non accennava ad esaurirsi il flusso immigratorio e di conseguenza l’espansione edilizia selvaggia e speculatrice.
Nata come un piano di ricerca sulla religiosità degli abitanti di Aprilia, il progetto si è via via ampliato fino a comprendere (attraverso l’esposizione di dati statistici puntuali e mirati) i bisogni, le aspirazioni, le contraddizioni di una popolazione soggetta a continue e violente spinte di trasformazioni, non previste, non pianificate, non coerenti.
La ricchezza dei dati statistici del primo volume, propedeutico dell’intero piano di ricerca, offre un contributo estremamente interessante di interpretazione e di analisi soprattutto se si pensa che il lavoro di raccolta (da molteplici fonti), di controllo e di sistemazione dei dati del gruppo di lavoro guidato da Don Aldo, costituisce una prima “mappatura” completa ed organica della realtà socio-economica del territorio di Aprilia dalle origini alla fine degli anni ottanta.
Il secondo volume, sottotitolato “vita sociale, culturale ed economica”, è la traduzione delle aride cifre statistiche nella vita quotidiana delle persone ; il pacato, lucido ma drammatico resoconto delle trasformazioni violente a cui la popolazione è stata sottoposta, e a cui ha saputo anche reagire, in primo luogo attraverso l’intensificarsi dei legami dei gruppi d’origine ( siciliani e panteschi, friulani, marchigiani, sardi, campani, laziali ecc.) e poi l’intenso scambio interculturale (ma questo aspetto, oltremodo interessante, relativo alle dinamiche dell’integrazione, meriterebbe maggiore attenzione) e infine l’associazionismo diffuso, l’impegno sociale di gruppi politici nel periodo dell’industrializzazione di massa, la partecipazione civile. Non si colga però nessun trionfalismo storicistico nell’analisi di questi fenomeni perché anzi si insiste sull’estrema frammentarietà e
precarietà delle iniziative, sui fallimenti, sull’assenza di capacità di interpretazione politica.
Il rammarico di Don Aldo Bellio, alla notizia della grave malattia che lo avrebbe condotto presto alla morte, era quello di dover interrompere e lasciare incompiuta la terza parte dell’opera a cui teneva forse di più e che sentiva più impegnativa data la complessità del tema : le opinioni e i comportamenti religiosi della comunità apriliana.

Le linee orientative e le analisi che si intrecciano agli innumerevoli questionari proposti, mentre non nascondono le difficoltà interpretative e i limiti dei vari modelli sociologici possibili, tendono comunque a privilegiare l’approccio neutrale, “cibernetico”, che evita intanto i precondizionamenti ideologici e permette poi una visione più aperta e interattiva dei fenomeni. Il fenomeno religioso, ovvero le risposte a domande che attengono alla religione, rivelano sia una dinamica interna alla sensibilità della persona in riferimento ai principi (Dio, la Chiesa, i riti, i sacramenti ecc.), sia contemporaneamente il rapporto di interazione con il contesto socio-culturale. Ancora una volta, pur nella molteplicità delle interpretazioni suggerite nel testo, emerge, mi pare, una riflessione in conclusione: La spia religiosa serve soprattutto per dar conto delle ricadute su uomini e donne delle trasformazioni socio-economiche, perché i cristiani possano diventare “soggetti attivi e responsabili di una storia da fare alla luce del vangelo”... perché siano “capaci di impegnare la fede nelle realtà temporali” come dice uno stimolante documento dei vescovi italiani (La Chiesa italiana e le prospettive del paese, ottobre 1981) che Don Aldo spesso cita nei suoi scritti.
Il 1 Settembre 1990 Don Aldo ci lascia, improvvisamente e in punta di piede, così come aveva vissuto i suoi anni ad Aprilia, e lascia l’opera incompiuta. Il terzo volume viene pubblicato nel Novembre 1991 portato a termine dal gruppo di lavoro sulla base dei documenti - manoscritti lasciati da Don Aldo che rivelano nella grafia minuta, contorta e sofferta (di difficile lettura), la premura umile e responsabile di chi, nel momento del commiato, sente il bisogno di consegnare intatto il patrimonio di esperienze ricevuto ed elaborato insieme e che appartiene all’intera comunità di Aprilia.

Postfazione.
1. Questo lavoro che propongo alla riflessione è nato per caso. Qualche anno fa, il Direttore di una rivista di Storia di Fondi: Annali del Lazio meridionale, mi confidò che stava preparando un numero speciale tutto dedicato a figure storiche particolarmente significative per i contributi di vario interesse che hanno lasciato alle città dell’Agro pontino e che ancora oggi sono custoditi dal patrimonio di memoria dei cittadini. Anzi, mi invitava a collaborare a questo progetto.
Gli risposi che l’avrei fatto volentieri se solo avessi individuato un personaggio che, per lo spessore culturale, la funzione pubblica riconosciuta, l’impegno sociale profuso, era giusto proporre alla lettura e alla riflessione dei lettori. Ma era inutile. La città di Aprilia, anche per la sua giovane età, ancora una volta mi pareva esclusa da questo “medagliere”. Ripensandoci successivamente, cominciò a materializzarsi il ricordo personale di Don Aldo e via via cresceva l’interesse verso questo prete tanto restio e modesto in vita quanto così straordinariamente presente oggi nei racconti della generazione tra i quaranta e i cinquant’anni. Quasi senza accorgermene, andavo raccogliendo una messe così abbondante di notizie sulla sua figura e attestazioni di stima e riconoscenza così convincenti e sentite che mi sembrò doveroso, come cittadino di Aprilia, ricostruire il suo impegno anche pastorale e riconsegnarlo alla comunità e insieme rivisitare una parte della storia della città (gli anni ’70-’90) che lo vede protagonista certo non particolarmente loquace e visibile ma incisivo ed essenziale nelle proposte culturali e “politiche” di quegli anni. Certo, non organizzava tornei di calcetto, non animava e entusiasmava folle di fedeli, ma sapeva dialogare e convincere i giovani all’impegno e alla responsabilità e forniva loro strumenti di analisi efficaci e progettuali.

La città di Aprilia ha avuto, nella sua evoluzione, diverse identità come abbiamo visto. E’ stata prima Comune agrario, poi città industriale ed operaia nel dopoguerra fino agli anni Ottanta, poi, la crisi dell’Industria (la fine della Cassa del Mezzogiorno) ha innescato un processo di terziarizzazione soprattutto nel settore del commercio che andrebbe meglio documentato anche per capire come cambia la città sotto il profilo urbanistico e come cambia la vita di relazione dei suoi abitanti. Aprilia è stata costretta ad inseguire i cambiamenti nell’impossibilità di dominarli tanto essi sono stati convulsi e repentini.

Suggerimenti bibliografici.

1 – Corrado Stajano, Un eroe borghese, Ed. Einaudi. Sull’omicidio nel 1979 dell’Avvocato Giorgio Ambrosoli, assassinato dalla mafia politica. Illumina l’intreccio tra mafia e politica negli anni settanta.

2 – Nuto Revelli, Il prete giusto, Ed. Einaudi. Attraverso la storia individuale di Don Raimondo Viale, cuneese, antifascista e anticomunista, sempre impegnato per la giustizia anche contro la Chiesa che lo punirà con la sospensione a divinis, l’autore offre alla riflessione un inedito punto di osservazione sulla storia italiana del Novecento.

3 – Sergio Luzzatto, Crisi dell’antifascismo, Ed. Einaudi. Tra Fascismo e antifascismo, le nuove generazioni sono sempre meno coinvolte da quello scontro di valori. Ma il futuro nasce dalla storia e non dalla cancellazione del passato. Un paese maturo può, anzi deve, fare i conti con una memoria divisa.

4 – Luciano Gallino, La scomparsa dell’Italia industriale, Ed. Einaudi. La scomparsa di interi settori industriali tra i primi nel mondo per incapacità di manager e politici senza nessuna visione del futuro.

5 – Alberto Melloni, Chiesa madre, Chiesa matrigna, Ed. Einaudi. Insegnante di Storia contemporanea ed esperto di Storia della Chiesa oltre che socio della Fondazione Giovanni XXIII di Bologna, l’autore rivendica l’attualità del Concilio Vaticano II e si spinge ad augurarsi la proclamazione di un nuovo Concilio oggi più che mai necessario.