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Circolo "Vittorio Arrigoni"

Aprilia: Mito e Storia tra passato e presente

Prof. Filippo Fasano - Aprilia, 9 Settembre 2013

Le vicende storiche legate alla fondazione della Città di Aprilia e ai suoi primi anni di vita, hanno fortemente inciso, com’è naturale, sulla sensibilità e sul background culturale dei suoi abitanti, non avendo saputo o voluto il ceto politico e intellettuale della città, costituire un patrimonio di esperienze storiche più complesse e ricche culturalmente che si sarebbe tradotto per sedimentazione negli anni in valori acquisiti dall’intera comunità. L’immaginario collettivo si è nutrito di simbologie fondative di per sé molto forti e imposte dalla cultura dominante sul territorio, ha potuto lavorare solo in superficie con i semplici materiali, per così dire, “autarchici” attraverso alcuni passaggi generazionali, per nulla scosso, anche a causa di pratiche amministrative rigide e scarsamente dotate di lungo respiro. Tralasciando tremila anni di storia che hanno intessuto di antiche civiltà il nostro territorio fin dagli albori della civiltà laziale(mille a.C.) come dimostrano le abbondanti raccolte di testimonianze archeologiche, l’origine di Aprilia, negli anni trenta del Novecento, è stata assunta tout court semplicemente come “fatto” e posta come “mito fondativo” della comunità, indiscutibile e anche esaltata come tale nonostante anche le cronache contemporanee ponevano in rilievo il carattere di “compimento” dell’opera di fondazione della città. Per null’altro Aprilia identifica se stessa oggi se non per essere una nuova città di fondazione, nata con il rito classico del solco tracciato dall’aratro montato dal Duce, novello Romolo. Sul piano rigorosamente storiografico, il Natale di Aprilia, acquisito aere perennius, è paragonabile alla vulgata della scoperta dell’America e null’altro che possa inficiarne il valore, è la nascita degli Stati Uniti dal coraggio e abnegazione dei “Padri pellegrini” senza neanche le perplessità di chi l’ha raccontata nella “Democrazia in America” (Tocqueville), o, ancora, per venire ai nostri tempi, la favola dell’esportazione di democrazia e libertà nelle guerre di predominio del mondo da parte delle potenze occidentali senza le carneficine provocate o, infine, per restare sul nazionale, è la saga leghista dell’ampolla che attinge alle sorgenti del Po come viatico alle insensate e secessioniste pretese del cosiddetto popolo padano. E’ piena la storia dei miti fondativi delle città, come sa chi è in possesso di un minimo di cultura classica. Ciò però non legittima la confusione. C’è il mito e c’è il logos, “l’intelligenza dell’accaduto” come dice Benedetto Croce. E allora, per uscire dalla trappola del conformismo paralizzante, se ci interessa interrogare i fatti, con onestà, analizziamo con attenzione quel documento - pergamena di fondazione datato 25 Aprile del ’36 (XIV anno dell’Era Fascista), inserito nel blocco di pietra collocato sotto la torre civica, dallo stile tipicamente fascista altamente celebrativo, retorico, evocativo, apodittico, che declama:

Regnando Vittorio Emanuele III
Duce Benito Mussolini
Il 25 Aprile dell’anno XIV E.F. CLX dell’assedio economico
mentre si compie contro l’ostilità di stati potenti o imbelli
il destino imperiale di Roma
il Condottiero dell’Italia Fascista
rinnovando in simbolico rito, il gesto di Romolo
traccia il solco di Aprilia
quarta tappa da lui assegnata all’Opera Nazionale
nella redenzione dell’Agro
i reduci di Vittorio Veneto e le generazioni guerriere del Littorio
che dal monito dettato dal capo
E’ l’aratro che traccia il solco ma è la spada che lo difende
sanno trarre incitamento a credere obbedire combattere e se occorre morire
vedono in questo segno inconfondibile la potenza della Patria
che dalle conquiste del lavoro e dal trionfo delle armi
portate in terra d’Africa dai nuovi legionari di Roma
attinge l’esaltazione della gloria presente
e la certezza di quella avvenire
.

Adesso cerchiamo di andare oltre il “rivestimento fantastico” per scoprire fatti reali, prosaici. Non facciamoci ingannare dallo stile aulico scritto in Pergamena finemente decorata con figure di tre giovani donne (Littoria, Sabaudia, Pontinia) che offrono a una quarta (Aprilia) un fascio di spighe di grano. E’ solo un formulario di slogan nel periodo più esaltante del regime. E’ congegnato in tal modo per stabilire una fede, ha a che fare con il sacro e con il potere assoluto (si dice ancora che quella mattina piovosa fu improvvisamente illuminata dal sole all’arrivo del duce). Con un tono molto aggressivo e rancoroso nei confronti delle Nazioni (tutte, tranne la Germania) che a Ginevra hanno votato le sanzioni qualche mese prima (2 Novembre del ’35) contro l’Italia colpevole dell’aggressione all’Etiopia e ancora colpevolmente impegnata in quel momento a ristabilire l’ordine con abbondante uso di gas asfissianti contro popolazioni inermi, evoca miti antichi di potenza ed esaltazione del genio imperiale (Mussolini, novello Romolo), rilancia una concezione allora molto diffusa nella cultura europea: la Patria uber alles e armata, prepara gli animi ad un futuro tragico ma ineluttabile, schierando l’Italia al fianco dell’unica nazione anch’essa delirante sugli stessi temi, imposti dall’istrionico Furher.
L’alleanza con la Germania è baldanzosamente ostentata agli intrepidi, osannanti e ignari coloni apriliani convocati in P.zza Roma nel giorno dell’inaugurazione della città il 29 ottobre ’37. Il documento visivo e sonoro dell’Istituto LUCE ci mostra il tipico, accattivante e dialogico discorso di Mussolini con al fianco il delfino di Hitler: Rudolf Hess, in uno scenario dove al popolo festante che riempie la piazza con gagliardetti e vessilli di regime fa corona l’alternanza di bandiere italiche insieme alle bandiere uncinate della Germania alleata (una settimana prima, il 22 Ottobre, l’Italia ha stretto alleanza con la Germania, chiamata Asse Roma – Berlino). Al popolo spettava semplicemente il ruolo di comparsa scenica nel momento dell’esaltazione liturgica della vittoria. Durante il suo discorso, il Duce, con la sua proverbiale capacità di manipolatore di coscienze sensibili al culto della personalità perché già da tempo educata sui banchi di scuola a “credere, obbedire e combattere”, si apre paternamente ad una confidenza: “… io vi confesso di nutrire una sfumatura di simpatia per Aprilia, perché Aprilia fu fondata durante il periodo della vittoriosa guerra africana, il giorno 160° dell’assedio economico”. Un augurio? Forse piuttosto un triste presagio delle tragedie verso le quali sta correndo questo “simpatico” e inconsapevole popolo di Aprilia. La storia, non il mito accattivante del “Duce – Padre” dispensatore di pace e lavoro del tipo “Mulino bianco”, ci consegna la triste realtà di una comunità, quella apriliana, anima e corpo consegnata ai progetti insensati di un uomo sempre più incatenato alla logica della guerra, al culto della razza (1938) e quindi sempre più vicino alle farneticanti pretese di dominio del mondo del suo antico discepolo, Hitler. Un popolo anche comprensibilmente riconoscente al regime che aveva bonificato il territorio pontino, liberato dalla povertà e dato lavoro a tante famiglie contadine del Veneto , del Friuli, del Ferrarese ma a cui chiedeva in cambio l’assoluta fedeltà e ubbidienza in un progetto che già allora poteva intravvedersi tragico. Il mito della “città di fondazione” però ha resistito anche sotto i bombardamenti tedeschi e alleati dopo lo sbarco di Anzio del gennaio ’44 e nonostante le macerie umane e spirituali, i lutti e gli sfollamenti che anche Aprilia, come tutta l’Europa e l’Italia, subiva e la cui responsabilità ( ad Aprilia bisogna ricordarlo ) non era degli alleati ma dal regime fascista alleato con quello nazista. Prova ne sia il fatto che anche negli anni ’44 – 45 in cui dappertutto in Italia si cercava, seppure tra mille contraddizioni, di uscire da un incubo e di costruire una società repubblicana e democratica, non si produce (da parte di un fantomatico CLN costituitosi, per governare la città, secondo le più classiche giravolte gattopardesche ) nessuna analisi critica documentabile sul passato regime. La favola del fascismo buono resiste purtroppo ancora negli apriliani doc di oggi, sia in chi l’assume semplicemente come dato ineliminabile nella storia cittadina (seppure nel suo asettico e “fantastico” evento) tanto da accettare il 25 Aprile lo schizofrenico e strano connubio dell’epopea mussoliniana della fondazione con la festa nazionale della liberazione dal fascismo, sia in chi ritiene con “intrepida coerenza” di contrapporre polemicamente le istituzioni repubblicane al ventennio del Duce replicando annualmente, insieme alla fondazione della città, il rituale ricordo dei coraggiosi combattenti repubblichini del “battaglione Barbarigo” contro gli invasori anglo – americani ( questo, provocatoriamente, proprio il 25 Aprile). Non c’è da meravigliarsi quindi se l’incredibile idea, in occasione del 70° anniversario dell’inaugurazione della città, di dedicare una piazza di Aprilia a Giorgio Almirante fondatore del MSI e già ufficiale repubblichino, fucilatore di partigiani nelle valli ossolane e Direttore de “La difesa della razza” non suscita la benché minima reazione pubblica. Né si teme il ridicolo quando il Consiglio comunale approva (31 gennaio 2013), con la sola astensione del gruppo PD, l’istituzione (31 gennaio 2013) di una, incomprensibile ai più, “giornata della battaglia” che cadrebbe il 28 Maggio, giorno in cui Aprilia, sarebbe stata liberata dalla guerra (che è come una calamità naturale secondo i nostri Amministratori) non dal fascismo. Qui i giovani fascisti del terzo millennio si sentono naturalmente a casa e, con coerenza e senza ipocrisia almeno, ingaggiano giovani davanti alle scuole e inneggiano ai loro miti della eroica razza italica interpretando molto bene questa assenza di storia anche carinamente tappezzando, il 25 Aprile, i muri della città di manifesti di buon compleanno. Altro che memoria condivisa! La stragrande maggioranza dei cittadini che negli anni ha popolato la città spinti esclusivamente da esigenza lavorative e dal mercato delle case a basso costo, assiste con un misto di indifferenza e di incredulità; i maggiori partiti politici di dichiarata ispirazione democratica e repubblicana si astengono per non turbare lo “status quo” in cui vivono, spesso, quando è possibile, ritagliandosi qualche fetta di potere negli anfratti del sistema pubblico.
La forte presenza di una classe operaia sul territorio dagli anni ’50 agli anni ’80 (gli anni della Cassa del mezzogiorno) che pure aveva espresso un sindaco – operaio nella persona onesta e irreprensibile di Mario Berghi (1974) non ha sostanzialmente modificato il clima culturale complessivo di Aprilia per le ragioni che ho già documentato in altri lavori riportando la tesi, che a me sembra indiscutibile, di uno storico dell’industrializzazione pontina, Antonio Parisella. La società di Aprilia non ha avuto il vantaggio di poter contare su un forte e determinante “ceto medio riflessivo” ben radicato sul territorio, in grado di definire utilmente il proprio rapporto con la realtà locale ed elaborare una cultura di indirizzo dei vari mutamenti e trasformazioni in itinere. E questo per due ragioni complementari : il ruolo obbiettivamente fagocitante che ha da sempre rappresentato la metropoli (Roma), il diffuso senso di provvisorietà sociale avvertito da una grande parte della immigrazione post-bellica. Aprilia è la città sì che accoglie e dà lavoro ma non per virtù intrinseca, è il luogo dove si possiede una casa ma non per ragioni estetico-ambientali. Può forse stimolare la voglia di agire ma non costringe a condividere le responsabilità delle sue contraddizioni e dei suoi problemi irrisolti. Per questo Aprilia è tanto debole di capacità politica autonoma per assenza di “socialità consapevole” da non riuscire ad esprimersi nelle sedi istituzionali né della Provincia né della Regione pur rappresentando un importante serbatoio di voti per i partiti. L’inadeguatezza della classe politica locale, la crisi delle formazioni politiche tradizionali e quindi l’assoluta mancanza di seri progetti alternativi dimostrano in maniera incontrovertibile l’intrinseca debolezza della struttura sociale. Ho già scritto sulla notevole figura di studioso e attento osservatore delle trasformazioni socio – economiche: Don Aldo Bellio. Il suo grandioso tentativo negli anni ’70 - ‘80 di dare un senso e prospettive di futuro alla città, non semplicemente, come capita agli ecclesiastici, dal recinto parrocchiale, ma dall’analisi “Politica” ad ampio raggio, si interruppe improvvisamente nel ’90 con la sua morte e con la dispersione di un patrimonio di esperienze e di riflessioni che nessuno più ha saputo raccogliere e continuare. La memoria di quegli anni non è stata feconda. Le “occasioni mancate”, avevo scritto, che pure costituiscono a pieno titolo le linee di tendenza di un processo storico e permettono una comprensione più adeguata della realtà, hanno quindi pesantemente determinato lo sviluppo della città sia in termini materiali ( si considerino gli sfregi edilizi e l’intero assetto urbanistico ) sia in termini sociali con una scarsa propensione a sentirsi cittadini (chiamati una tantum semplicemente ad espletare il diritto del voto amministrativo e non sempre in maniera libera e convinta).
Dunque un deficit di consapevolezza civica è il risultato a cui siamo giunti tanto più preoccupante quanto più la crisi economica e morale, che sta devastando l’intero paese da alcuni anni, si abbatte su una comunità già priva di difese.
Una storia intessuta con un filo così sottile non produce una trama resistente all’usura dei tempi presenti. Aprilia continua a crescere importando i peggiori istinti consumistici e predatori. Il suo territorio continua ad essere usato per fini speculativi e di dubbia legalità senza trovare alcun ostacolo nella capacità di reazione dei cittadini come denuncia insistentemente anche l’Associazione Libera contro la mafia. Ma soprattutto la mala pianta della rassegnazione si radica e cresce nell’indifferenza degli Amministratori, degli operatori culturali, della pur vasta rete dell’associazionismo che pure costituisce un meraviglioso esempio di volontariato attivo non sempre purtroppo valorizzato come meriterebbe. In un periodo storico così drammatico e privo di capacità politica che dia senso allo stare assieme e si riconosca nei principi e regole di convivenza nella libertà e non nell’arbitrio individualistico, la nostra piccola storia fatta di “occasioni mancate” e di nodi non sciolti prepara un futuro non rassicurante.
Ma è proprio dalla vasta rete dell’associazionismo che può nascere una voglia collettiva di riappropriarsi del territorio e di riaccendere la passione per la Politica, quella vera e, per intenderci: non quella che ama rinchiudersi nel recinto degli affiliati per combattere una battaglia contro un altro fortino, non quella che vive su categorie personalistiche di cura degli interessi di parte, non quella, insomma, che confonde potere e servizio. Abbiamo bisogno non di trovare compromessi con lo “status quo”, di inserire elementi di discontinuità nelle casamatte del potere, ma di concederci altro e di più sui terreni dell’ambientalismo, dell’antifascismo, della lotta alla mafia, del bilancio partecipato, dell’accoglienza degli immigrati e dei rom, della lotta ai poteri forti e privatistici. Una rete, quella dell’associazionismo, che riesca ad imbrigliare la cattiva politica, a riformulare una nuova cultura di cittadinanza responsabile, a liberare energie positive nei giovani affinché coltivino anche l’interesse di restare.

Prof. Filippo Fasano Aprilia 9 Settembre 2013