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Circolo "Vittorio Arrigoni"

25 Aprile – 1 Maggio. E’ importante salvare la memoria civile.

Volantino 25 Aprile 2013

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1 - Non c’è più “interesse”.
In un mondo in cui ormai le nostre povere vite sono sempre più costrette negli orizzonti angusti del vivere quotidiano con una sola speranza, che la voragine economica non ci risucchi nell’inferno dei più, le feste nazionali e costituzionali del 25 Aprile e del 1 Maggio sembrano patetiche rivisitazioni nostalgiche, ultimi frammenti di un mondo che semplicemente non c’è più. E’ la completa e definitiva vittoria del Revisionismo più becero (in cui anche lo storico Renzo De Felice cascò negli anni ’80, provocando, allora una quantità di reazioni indignate): quello che nega per il semplice fatto che è passato tanto tempo, scompaiono i testimoni, i giovani non conoscono il significato di queste date confondendo la prima con la festa di primavera (con fave e pecorino) e la seconda con il grande raduno musicale a Piazza San Giovanni. Purtroppo né la scuola né la famiglia, né le Istituzioni sentono il dovere di trasmette il patrimonio di valori civili racchiuso in quelle date storiche, gli atti fondativi del nostro stare insieme di cui sono testimonianza; non c’è più l’interesse, proprio cos’ì, l’”interesse”, nell’accezione più materiale e volgare del termine.
Ma come è possibile coltivare la memoria, la riflessione, in un tempo in cui tutte le energie politiche e intellettuali, pubbliche e private sono occupate a seminare e introiettare paure nel presente e angosce per il futuro? Come è possibile, per dirla in breve, leggere nei volti arcigni e severi di Monti e di Fornero che pure “rappresentano” le Istituzioni, ciò che molti di noi vorrebbero vedere: la nostra storia, i nostri valori, quelli scritti nella nostra Carta costituzionale? Quali equilibrismi verbali inventeranno i nostri “eroi” nelle cerimonie ufficiali, se ci saranno? E il Presidente Napolitano, in quei giorni, saprà ancora convincere gli italiani sul suo ruolo di garante della Costituzione su cui ha giurato quando è stato eletto o ancora inviterà gli italiani ad avere fede nell’uomo della Provvidenza da nessuno eletto ma imposto per salvare l’Italia dal baratro?
Si semina e raccoglie paura, angoscia, dicevo, e cinismo. “Si salvi chi può” è la parola d’ordine. E allora, nella fretta del fare per non finire come la Grecia, per rispondere ai mercati e all’Europa, per rendere il lavoro più flessibile e quindi più moderno perché attardarci ancora nella difesa di inutili e antieconomici valori del passato? Se qualcuno poi pretende delle spiegazioni più elevate, ecco, a questi ci pensano gli intelligentoni della carta stampata che si improvvisano storici e, in prossimità delle ricorrenze, spargono veleni conditi da dotte citazioni dello studioso revisionista del fascismo e di Mussolini, appunto, Renzo De Felice. E non importa se Norberto Bobbio, negli anni ’80, aveva così efficacemente e semplicemente risposto rivendicando il ruolo fondativo della Resistenza.
Il 25 Aprile, questo diranno, è da tempo una festa a metà anche se per tutti è festa comandata, perché i partigiani certo non sono rappresentativi dell’intera popolazione italiana che invece preferiva aspettare tranquilla la liberazione dagli americani.. e forse avremmo evitato molti lutti; e poi, che dire dei ragazzi di Salò che con coraggio hanno anch’essi combattuto per l’onore dell’Italia?
Il 1° Maggio poi verrà semplicemente dichiarato anacronistico dal momento che il lavoro non è più un valore da salvaguardare e da difendere perché ormai non ce n’è e quello che c’è va sottoposto e gestito oculatamente dagli imprenditori nel nome del profitto, bisogna essere moderni e non ideologici, suvvia, e poi, l’Europa ce lo chiede; è una stanca prassi del tempo che fu, retaggio di epoche morte e sepolte, da cancellare al più presto; il lavoro, aggiunge qualcuno con logica impeccabile, si festeggia lavorando (e giustamente, dal suo punto di vista, Calderoli, quando era Ministro, ne ha proposto seccamente, con lo stile che gli è congeniale, l’abolizione). Negli ultimi mesi del governo Berlusconi si propose di farne un solo mazzo, accorpandoli e includendovi anche il 2 Giugno (festa della Repubblica) per non sprecare inutilmente giorni di lavoro; ricordate? Beninteso lasciando ai sindacati per un giorno celebrare la loro festa pagando lo spettacolo di piazza San Giovanni, per la gioia di tanti giovani bamboccioni e sfigati che salutano con la manina “ciao mamma” in mondovisione. Quanta tenerezza!
Per noi cittadini di Aprilia, per fortuna, la cancellazione del 25 Aprile non sarebbe, per la verità, una perdita irreparabile anche perchè non l’abbiamo mai capita, perché noi siamo stati liberati dagli americani, tanto la nostra festa noi ce l’abbiamo già ed è l’anniversario della fondazione della Città. Potremo così senza troppe polemiche ripristinarla con la necessaria fierezza ritrovando nel gesto del Romolo – Duce la nostra vera identità e finalmente consegnare alle generazioni che verranno il ricordo di un tempo in cui “Credere- Obbedire- Combattere” erano le sole semplici e vigorose parole d’ordine, altro che chiacchiere.

2 – Inevitabile scelta di campo
Ci troviamo, lo vediamo bene, in un momento della nostra storia molto delicato. La crisi economica che stiamo vivendo sconvolge le vite di tutti, con una violenza paragonabile, dicono gli esperti, agli anni trenta. Conosciamo le conseguenze. Sono certo necessarie reazioni forti ma di sicuro non quelle che dividono, esasperano, chiudono le porte al futuro, fanno “tabula rasa” della memoria. Come capì bene Roosevelt, il Presidente degli Stati Uniti d’America in quegli anni drammatici, bisognava prima di tutto dare fiducia agli Americani, liberarli dalla paura con politiche economiche di incoraggiamento al lavoro e di sostegno alle fasce deboli della popolazione, creando meccanismi economici di Stato sociale (welfare State). “Non ci si può affidare unicamente al mercato” amava dire il suo consigliere economico Keynes.
Ci vuole veramente tutta la malafede possibile per continuare a pensare che il 25 Aprile e il 1 Maggio siano festività di una sola parte degli italiani, magari comunisti. Esse ci ricordano ogni anno quanto di più prezioso abbiamo nel nostro patrimonio di cultura civile. Gli ideali che suggeriscono sono scolpiti con meditata e convinta efficacia anche lessicale, senza artifici retorici, nella nostra Carta costituzionale del 1948, ed esaltano rispettivamente il desiderio di pace e di libertà del popolo italiano finalmente uscito dalla guerra e dalla dittatura fascista e insieme l’assunto meraviglioso che tutto l’impianto normativo sia fondato su quella attività dell’uomo, il lavoro, la più ricca di implicazioni spirituali ed esistenziali, la chiave di volta delle civili relazioni umane.
Sono i principi che i nostri Padri costituenti, pur nella differenza delle opinioni politiche, hanno saputo con tanta nettezza e semplicità consegnare alle future generazioni dopo averli conquistati nella lotta partigiana e a prezzo di sacrifici enormi.
Furono conquistati soprattutto in quei venti mesi (8 Sett. 43 – 25 Aprile 45) tragici, caotici, ma anche entusiasmanti, come racconta Giorgio Bocca, in cui gli italiani furono costretti ad una non più rinviabile scelta di campo in cui da una parte c’era l’Onore da salvare al fianco della Germania e dall’altra il desiderio di costruire una pacifica convivenza dopo un ventennio che ci aveva portato ad aggredire popoli inermi per coronare il sogno imperiale, a legiferare per la difesa della razza, a trovarci alleati con il Nazismo e infine alla guerra.
Il 25 di Aprile del ‘45 fu un’ondata irresistibile di gioia in tutto il paese, anche di quello che non aveva partecipato direttamente alla resistenza. La resa ufficiale della Germania sarebbe arrivata solo l’8 Maggio, Hitler si sarebbe suicidato il 30 Aprile. Mussolini era stato giustiziato due giorni prima, il 28 Aprile.

3 - Lasciamo parlare i protagonisti.
“La resistenza non fu soltanto uno sforzo eroico per sterminare i carnefici, per ricacciare nell’inferno i mostri della barbarie; fu anche un impegno costruttivo di lavorare pacificamente su una strada aperta per la conquista di una vera democrazia. Tra i morti della Resistenza vi erano seguaci di tutte le fedi: ognuno aveva il suo Dio, ognuno aveva il suo credo: e parlavano lingue diverse, e avevano pelle di diverso colore: eppure, nella libertà e nella dignità umana, si sentivano fratelli: e quando si trattò di difendere questi beni, ognuno fu pronto, nonostante la diversità di fede e di nazione, a sacrificarsi per il fratello…..Volevano costruire un mondo giusto, dove tutti gli uomini vivano del proprio lavoro, dove ogni uomo conti veramente per uno, dove la vita umana, dopo tanto sangue, sia sacra e il lavoro sicuro: dove ogni credente sia libero di pregare il suo Dio nella propria chiesa, e ogni cittadino di esprimere la propria opinione dalla sua tribuna; e dove non si innalzino roghi agli eretici o forche ai deviazionisti” e ancora “ i morti non hanno considerato la loro fine come una conclusione, ma piuttosto come una premessa che doveva segnare ai superstiti il cammino dell’avvenire. Quando noi pensiamo a loro per giudicarli, ci accorgiamo che sono loro che giudicano noi: è la nostra vita che può dare un significato e una ragione rasserenante e consolante alla loro morte; e dipende da noi farli vivere o farli morire per sempre”. Da “Uomini e città della Resistenza” di Piero Calamandrei, tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali antifascisti di Croce nel 1925, tra i fondatori del Partito d’Azione, fece parte, giurista, della Commissione dei 75 che elaborò la Costituzione.
“C’era meno paura allora dei Comunisti che stava formandosi il PCI più forte dell’Occidente, che c’era Stalin, che c’era l’Armata rossa, il mito della rivoluzione, la classe operaia, che oggi che il PCI non c’è più, e che alla classe operaia hanno tagliato unghie e denti.
La Democrazia che in quel 25 Aprile tornava a vivere nelle nostre città a pezzi, non era qualcosa di artificiale, era un bene ritrovato e fortemente condiviso e noi eravamo fortemente convinti che questa volta sarebbe durato per sempre. Era una resa dei conti anche feroce ma fisiologica come una gran febbre che ci avrebbe fatto guarire dal passato. Noi partigiani, la spina dorsale della resistenza.
Le riflessioni amare di questo 25 Aprile oggi vertono sulla fine di quella voglia comune di andare avanti, di fare del nostro un paese civile e giusto a misura della Costituzione che allora avevamo pensato e votato, insieme in un’Italia unita nonostante e forse per merito di una guerra in parte civile. E siamo ancora qui in questo strambo paese a resistere ad assurdi ritorni al passato, a penose equiparazioni nel peggio, a un populismo truffaldino….Un condensato, in quei venti mesi, di entusiasmo, di solidarietà, di confronto di idee.” Da “La fabbrica della Democrazia” di Giorgio Bocca, partigiano nelle fila di Giustizia e Libertà, scomparso a Milano il 25 Dicembre del 2011.
Infine Oscar Luigi Scalfaro, Presidente della Repubblica dal 1992 al 1999, dirigente dell’Azione cattolica durante il Fascismo, scomparso due mesi fa. Raccontando la sua entusiasmante esperienza di giovane membro dell’Assemblea costituente, in un libro di ricordi, a proposito del primo articolo dei dodici fondamentali: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”… dice: “La discussione non fu breve, ci fu una considerevole spinta a dire: “l’Italia è una repubblica di lavoratori”, ma anche i proponenti riconobbero che quella terminologia si prestava ad interpretazioni politiche di parte o quantomeno inesatte. Non si può negare che il suono poteva dare questa sensazione. Il lavoro è l’espressione più alta della persona, sia il lavoro dello scienziato, dello studioso, del cattedratico, sia il lavoro delicatissimo del maestro elementare, sia il lavoro di chi ha studiato settori più tecnici, più scientifici, fino al lavoro manuale. La dignità della persona si collega a un introito che rende libera, autonoma la persona e fa sì che possa difendere e affermare questa sua dignità.”
Solo una annotazione: La festa del lavoro del 1 Maggio nacque negli Stati Uniti d’America nel 1886 per volontà delle prime organizzazioni operaie che intendevano così onorare i compagni morti nelle manifestazioni duramente represse e per rivendicare la necessità di leggi a difesa dei lavoratori. Dopo pochi anni l’appuntamento si estese in Canada e in Europa sotto l’egida dell’organizzazione internazionale socialista. In Italia le manifestazioni del 1 Maggio coincidono con la nascita del Partito socialista nel 1892. Soppressa durante il Fascismo che preferì sostituirla con la festa del lavoro nazionale e autarchico del 21 Aprile (nel mito, la nascita di Roma) fu ripristinata nel 1945 e trovò la sua più alta legittimazione nell’art 1 della Costituzione. Una memoria storica quindi di alto valore umano, tanto più che l’appuntamento è riconosciuto da quasi tutti i paesi del mondo in un ideale abbraccio di solidarietà. E’ dal 1990 che i sindacati CGL-CISL-UIL si assumono l’incarico di organizzare il grande raduno musicale in Piazza San Giovanni.

Prof. Fasano Filippo
Liceo Meucci di Aprilia